Per mesi nessuno ha riparato il paracadute esploso sull'aereo precipitato

di Federico Lazzotti

Livorno, acquisiti altri video di lanci precedenti a quello tragico di un anno e mezzo fa dove si vede che quello stesso paracadute dava segni di malfunzionamento

LIVORNO. Il termine tecnico è pin di chiusura della sacca del paracadute. Ma a differenza di computer e cellulari su questo dispositivo non ci sono serie alfanumeriche che proteggano il congegno da tentativi di aperture improvvisi o non richiesti. Al loro posto una sorta di strappo che – come prevede la legge – deve essere controllato ad ogni volo prima di essere usato una seconda volta. Al contrario – secondo gli investigatori – nessuno della scuola “Skydive Kalifornia” di Cecina, per mesi, ha verificato, e poi riparato come invece andava fatto, il paracadute di riserva che la mattina dell’11 giugno 2016 è stato noleggiato e consegnato a Gianluigi De Matteis, ufficiale artigliere paracadutista in servizio al Cisam di Pisa, rimasto gravemente ferito dopo essere stato sbalzato fuori dal velivolo da un’altezza di quasi quattromila metri.

A portare il pool di esperti nominati dalla Procura di Livorno ad escludere le altre ipotesi (il guasto tecnico o l’errore umano), sostenendo che la causa delle morte dei due piloti rimasti prigionieri nel velivolo ormai fuori controllo dopo la rottura dello stabilizzatore destro del Pilatus Pc-6, sia stata la cattiva manutenzione del paracadute sono stati tre diversi elementi.

A cominciare dalle immagini registrate negli attimi che hanno preceduto l’esplosione del paracadute difettoso a bordo dell’aereo, passando per i registri della scuola dove – per legge – devono essere appuntate le riparazioni e le verifiche effettuate su tutta la strumentazione. Infine, durante l’inchiesta, sono stati acquisiti altri video di lanci precedenti a quello tragico di un anno e mezzo fa dove si vede che quello stesso paracadute dava segni di malfunzionamento, in particolare si notava una bombatura al limite dell’apertura.

Tre indagati per l’aereo precipitato a Marina di Cecina


Il risultato di queste omissioni è nella tragica banalità della ricostruzione dell’incidente che emerge dagli atti dell’inchiesta coordinata dalla pubblico ministero Fiorenza Marrara. E che si è chiusa con l’iscrizione nel registro degli indagati con l’accusa di omicidio colposo di Ilario De Marchi, titolare della scuola, e di due istruttori Roberto Tistarelli e Gianluca Castelli.

Secondo gli investigatori, quella mattina quando il velivolo ha raggiunto la quota di 3600 metri è stato aperto il portellone scorrevole e il direttore Tistarelli ha autorizzato con un segnale della mano l’uscita del primo dei paracadutisti, De Matteis, appunto. Appena l’allievo si è allontanato dalla seggiolino dove era seduto la parte inferiore del pin di chiusura della sacca del paracadute è andata a contrasto con il retro del seggiolino del pilota. È questo urto che – sempre secondo la Procura – ha innescato l’apertura del paracadute facendo sì che il paracadutista venisse risucchiato fuori dal velivolo.

Gli attimi successivi all’incidente sono stati, come ha raccontato agli investigatori chi è riuscito a sopravvivere, drammatici. De Matteis, infatti, è andato a sbattere con la parte superiore del corpo, in particolare la testa, contro lo stabilizzatore destro dell’aereo procurandosi lesioni che hanno avuto bisogno di mesi di terapie e interventi per essere curate. Gli altri allievi e i due istruttori che erano a bordo hanno avuto la prontezza di lanciarsi nel vuoto prima che fosse troppo tardi. In cabina di pilotaggio, invece, sono rimasti imprigionati i due piloti Alessio Orzella e il suo secondo Cherubino Sbrana.