In 20 ispezioni dell’Arpat Lonzi sempre fuori regola

di Giulio Corsi

Provincia e Regione però non hanno mai deciso di sospendere o chiudere gli impianti L’Agenzia per l’ambiente si difende: «Noi abbiamo sempre segnalato le violazioni»

LIVORNO. Dal 2012 al 2017 Arpat ha effettuato 20 ispezioni negli impianti di Lonzi e Rari. In tutte e venti le occasioni sono state riscontrate irregolarità, spesso gravi.

Sui piazzali di via del Limone, in particolare, è sempre stato registrato il mancato rispetto delle prescrizioni autorizzative e in alcuni casi è stata scoperta la gestione di rifiuti speciali pericolosi non permessi, oltre alla compilazione errata dei registri di carico e scarico.

Nei capannoni di via dei Fabbri invece i tecnici dell’Agenzia regionale per l’ambiente hanno rilevato per cinque volte (su 9 controlli) il superamento dei limiti delle emissioni in atmosfera e nelle altre occasioni trasporti di rifiuti non autorizzati o invio alle discariche di rifiuti che in quelle discariche non erano ammessi.

Ci si chiederà: perché davanti a questo quadro di palese violazione delle regole nessuno (fino all’ordinanza del tribunale di Firenze su richiesta del procuratore Squillace Greco) ha mai disposto il blocco delle attività delle due aziende di proprietà di Emiliano Lonzi?

La risposta sta forse nel capitolo dedicato ai rifiuti della relazione annuale sull’amministrazione della giustizia firmata dallo stesso Squillace Greco, che parla di «controlli troppo spesso inadeguati e compiacenti» e di «una legislazione confusa e farraginosa».

Due giorni dopo la pubblicazione di quel documento da parte del procuratore capo di Livorno, l’Arpat ha finalmente deciso di rendere note le sue attività di controllo in casa Lonzi. Elencando tutti i sopralluoghi effettuati, le irregolarità riscontrate ma anche evidenziando che «una volta terminata l'ispezione, i risultati e le eventuali proposte di sanzioni» sono state «inviate all’Autorità competente», con l’elenco di «tutte le non conformità rilevate».

Chi è l’autorità competente? Fino a due anni fa era la Provincia, dal 2016 è diventata la Regione.

Ma non solo: Arpat spiega nella stessa nota di aver sempre proceduto «ad effettuare la contemporanea segnalazione all'Autorità Giudiziaria».

Insomma: se anche non ci sono riferimenti di alcun tipo all’intervento del procuratore capo di Livorno, la presa di posizione di Arpat sembra una vera e propria memoria difensiva, che passa la patata bollente a Provincia e Regione. Le quali - evidenzia la stessa Arpat - avevano «in base alla gravità delle difformità, il potere di diffida e assegnazione del termine per il ripristino delle condizioni dell'autorizzazione integrata ambientale, di diffida e contestuale sospensione dell'attività», fino alla «revoca dell'autorizzazione e chiusura dell'impianto».

In sostanza fino al 2016 l’eventuale stop alla Lonzi e alla Rari sarebbe stato competenza della Provincia e dal 2016 della Regione Toscana.

Perché da palazzo Granducale (e poi da Firenze) non si sia mai deciso di usare il pugno di ferro davanti alle continue irregolarità emerse dentro Lonzi e Rari non è chiaro.

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