Arsenico nella piana di Scarlino: "L’inquinamento c’è, il responsabile no"

di Francesca Ferri

A un anno dall’ok alla bonifica della falda i lavori non sono iniziati. La denuncia del Forum Ambientalista: "Inverosimile"

SCARLINO. A un anno di distanza dall’approvazione del progetto operativo di bonifica delle falde acquifere di Scarlino, avvelenate dall’arsenico e da altre sostanze pericolose rilasciate dalla passata attività industriale, i lavori non sono ancora partiti. E non partiranno. Perché, incredibile ma vero, «non è stato individuato il soggetto responsabile dell’inquinamento».

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Lo rivela Roberto Barocci, una vita passata a battagliare col Forum ambientalista contro Eni ed enti pubblici per chiedere di porre fine all’inquinamento trentennale della piana, avvelenata dall’arsenico. E sì che 15 anni fa la commissione parlamentare d’inchiesta nella relazione finale parlò di «problemi urgenti di bonifica del territorio» che si ponevano «nel rispetto della normativa, includendo nel piano regionale di bonifica le aree contaminate dell’ex impianto che l’Eni vorrebbe fossero escluse».

«Sembra inverosimile – dice Barocci –. Anche i sassi sanno che responsabile dell’inquinamento è l’Eni e chi per essa ha ereditato gli oneri di bonifica. L’Eni ha diffuso sul territorio migliaia di tonnellate di arsenico sia con la dispersione dei fumi, che coi residui solidi di lavorazione, le ceneri di pirite».

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L’assenza di una carta ufficiale che indichi il responsabile dell’inquinamento è balzata fuori a margine della riunione peritale che si è tenuta ieri al tribunale di Grosseto nell’ambito di una causa civile che riguarda l’inceneritore, promossa da 87 cittadini contro Scarlino Energia (articolo a destra).

Una «risposta del consulente di parte», spiega Barocci, che nella stessa causa è consulente per gli 87 cittadini e aveva chiesto se qualcuno avesse idea del perché la bonifica della falda non partiva «poiché – dice Barocci – la legge sostiene che non consente di aggiungere inquinanti in una situazione ambientale già inquinata». Trattandosi di inquinamento da arsenico, cancerogeno fuori limiti per centinaia di volte, «ci saremmo aspettati che l’area fosse almeno delimitata e controllata e che i lavori iniziassero il prima possibile», dice Barocci. Prima della commissione parlamentare, un’altra commissione, voluta dalla Regione, nel 1986 relazionò sulla situazione a Scarlino, scrivendo che «in considerazione delle caratteristiche territoriali e ambientali della zona in cui è in atto lo smaltimento (o, per meglio dire, l’accumulo) dei rifiuti» prodotti dalle attività industriali «si può rilevare una situazione di pressione ambientale, ecologica e di rischio molto preoccupante». Anche la commissione regionale definì «urgente la predisposizione di un progetto di bonifica e recupero ambientale della cassa sterili», che «dopo 30 anni – dice Barocci – continua a cedere arsenico».

Ad aprile 2015 la conferenza dei servizi ha approvato il progetto definitivo e operativo di bonifica, commissionato da diverse società della piana tra cui anche Nuova Solmine, Tioxide, Scarlino Energia. «Pensavamo che a fare la bonifica fossero tali committenti – dice Barocci – invece oggi (ieri per chi legge) ci è stato detto che tali soggetti lo hanno commissionato con atto volontario, ma che non sono coloro che devono compiere la bonifica».

A maggio il Forum Ambientalista chiese alla Regione perché la bonifica non era iniziata. Non ha avuto risposta. Eppure anche la Regione si è chiesta la stessa cosa tanto che, conferma l’ente, l’11 ottobre ha inviato una lettera di sollecito al Comune di Scarlino e alle tre società di procedere col progetto operativo. Il Comune, dice la Regione, ha risposto positivamente ma tra le società qualcuna ha detto no.