I rischi del nuovo M5s "di lotta e di governo"

Claudio Giua

L'opinione

A memoria d’uomo, nessuna campagna elettorale s’è svolta all’insegna del fair play. Non nella Prima Repubblica, con i partiti territorialmente consolidati e organizzativamente strutturati, lo scontro ideologico feroce e quello per il potere sempre più al limite della legalità, anno dopo anno; tanto meno nell’era post-Mani Pulite, con l’esasperata personalizzazione della politica e i processi decisionali influenzati dai battibecchi nei talk show e, di recente, dagli insulti sui social network. Allora come oggi, nell’imminenza del voto la maggioranza dei leader fa finta di parlare dei programmi mentre invece si focalizza sulle debolezze degli avversari. Non che all’estero si risparmino colpi sotto la cintura: al culmine della battaglia delle presidenziali americane, Donald Trump arrivò a promettere che, non appena insediato alla Casa Bianca, avrebbe fatto arrestare Hillary Clinton con l’accusa di tradimento. Ovviamente, nulla poi accadde.

Non bisogna dunque stupirsi dei duri scambi polemici tra Di Maio e Renzi o della quotidiana contrapposizione su ogni argomento tra alleati come Berlusconi e Salvini. L’inasprimento della polemica durante le campagne elettorali è fisiologico. E poiché stavolta tutti contribuiscono ad alzare il livello dello scontro verbale, a tre settimane dal voto i vantaggi e i danni sembrano equivalersi. Non c’è uno dei principali protagonisti che prevalga o perda posizioni: nel fracasso, nessuna voce s’alza più forte e chiara delle altre.

Diversi, invece, gli effetti che questo allineamento urlato e indecifrabile potrebbe avere su chi – il Movimento 5 Stelle – aveva fatto dell’alterità la propria cifra distintiva. In cinque anni, gli ex sconosciuti signori e signore premiati dalla lotteria “parlamentaria” voluta da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio si erano posizionati nell’arco parlamentare dell’immaginario collettivo come i “contrari”: contro l’euro e l’Unione Europea, contro le riforme ispirate a un buon senso giudicato stantio, contro qualsiasi accordo con i partiti che vengono da lontano, contro le scelte senza l’avvallo della base, contro una guida del partito che non fosse quella dei due fondatori.

Tutto è cambiato negli ultimi mesi. Morto Casaleggio Sr. , sfinito Grillo, fallite le esperienze di governo locale, sconfitti i movimentisti interni, è venuto il tempo di Luigi Di Maio, il leader unico e normalizzatore che ha impostato la sua campagna sullo smussare le posizioni più caratterizzanti del movimento pentastellato, a cominciare dall’inversione di marcia nelle politiche europee, e sull’allineamento alla tradizione partitica nello stile comunicativo. Il drastico riposizionamento – che è visivamente definito dalle giacche di buon taglio napoletano e verbalmente dalla partecipazione allo scambio quotidiano di invettive – ha l’esplicito doppio obiettivo di conquistare fette di elettorato moderato indeciso e di tranquillizzare i futuri interlocutori economici, sociali ed europei in caso di vittoria il 4 marzo. Il rischio è la riduzione dell’appeal nei confronti di quanti fantasticano di un M5S di lotta e di governo (non ci riuscirono Fidel Castro ed Ernesto “Che” Guevara. . .) , ma alla Casaleggio Associati hanno deciso che vale la pena di correrlo.

Di Maio, nel contempo, deve contenere i danni provocati dai compagni di partito che non rispettano le regole sui contributi, dai candidati che fino a ieri l’altro erano ferventi renziani oppure attivi massoni, dei funzionari in trasferta illegittima da Bruxelles per stargli vicino, dalla piattaforma Rousseau che assomiglia sempre di più a uno scalcagnato Commodore. In più, per non alienarsi le porzioni di elettorato grillino con il cuore che batte a destra, il frontman non sa come prendere la giusta distanza dalla ricomparsa nel dibattito pubblico di parole d’ordine fasciste, razziste e omofobiche che speravamo che la storia e l’intelligenza collettiva avessero sepolto per sempre. Perché è più facile prendersela con il Jobs Act che dire chiaramente che il fascioleghismo è un problema reale della democrazia italiana.

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