La democrazia del web per salvare il “paziente” Livorno

di Enrico Mannari (*)

Internet può costituire uno strumento per incrementare le potenzialità della vita partecipativa come avvenuto a Barcellona: è la coscienza del luogo

LVIORNO. Nell'intervista di qualche giorno fa, Sergio Costalli, con la franchezza intellettuale che lo contraddistingue, partendo dalla vicenda della Camera di Commercio, solleva una serie di questioni dove la riflessione su Livorno si intreccia ad aspetti più generali che meritano di essere ripresi. In primis la “fine dei corpi intermedi e la nuova democrazia 2.0”. Dunque: fine dei “corpi intermedi”? Sicuramente questo è l'orientamento emerso nel mainstream del verticismo personalizzato comunque si sia configurato da Berlusconi, a Grillo, a Renzi. Anche la stessa proposta di riforma del titolo V rischia di passare da un regionalismo, magari a volte velleitario, a un neocentralismo. Insomma la "rivoluzione passiva", avrebbe detto Gramsci, a cui si sta assistendo è il prevalere dell'ideologia neo-liberista che ha accompagnato il processo di globalizzazione per cui il governo di una società complessa non ha bisogno di corpi intermedi ma di “efficientizzazione” dei processi politici e amministrativi, spesso declinati sull'asse temporale fra la proposta e l'assunzione della decisione.

Tutti aspetti che anche Livorno ha vissuto e sta vivendo sulla sua pelle. Come si sta reagendo a tutto ciò? Intanto vorrei ricordare, poiché il passato non dovrebbe essere un paese straniero, come i vecchi corpi intermedi (partiti, sindacati, associazioni di categoria) riuscirono ad affrontare positivamente la sfida drammatica negli anni della ricostruzione di Livorno segnata da distruzioni materiali, miseria, disoccupazione, corruzione e violenza, dove la sopravvivenza era legata spesso all'arrangiarsi. Una lezione da non dimenticare, dove idealità, passione, competenza politica e pragmatismo riuscirono a combinarsi dando vita ad una sorta di “compromesso storico” del territorio.

Ed oggi? La soluzione non può essere la semplice disintermediazione di ciò che sta in mezzo tra flussi economici e luoghi e tra statualità e territori. Qual è e quale sarebbe la qualità democratica di una società senza una poliarchia di “agenti” intermedi? Le risposte alla crisi economica ma oserei dire di identità che attanaglia Livorno passano anche da vecchi e nuovi spazi di intermediazione che siano in grado di acquisire un nuovo ruolo, collettori di identità, di interessi non transitori ma consolidati, in grado di allargare il loro bacino di attrazione verso i nuovi mondi dei lavori e della precarietà, delle professioni, delle nuove realtà di autorganizzazione sociale e imprenditoriale e delle nuove generazioni. In questo scenario occorre anche registrare alcune novità: l'attivarsi di diverse associazioni di cittadini che si stanno muovendo per migliorare la vivibilità e il decoro dei quartieri, valorizzare beni culturali e ambientali, insomma riprendersi il tema della città come bene comune: un percorso di rigenerazione urbana e territoriale che potremmo definire una possibile “coscienza di luogo” come direbbe l'economista Giacomo Becattini.

Si tratta di esperienze che potrebbero intrecciarsi con lo sperimentare forme di bilancio partecipativo e piattaforme web a gestione cooperativa, come sta avvenendo a Parigi e a Barcellona. Il web può contribuire a migliorare la qualità della democrazia, tuttavia, le piattaforme partecipative possono favorire forme avanzate di deliberazione; a patto che non siano usate in una logica di democrazia diretta da referendum continuo, sì o no, mi piace o non mi piace.

Insomma, internet può costituire uno straordinario strumento per incrementare le potenzialità della democrazia partecipativa e deliberativa, purché si sfugga alla tentazione di una rete autoreferenziale. Tutto questo reclama una politica che sia in grado di alimentare la partecipazione organizzata, e non personalistica e plebiscitaria, e che esprima una visione di fini collettivi e più alti, come sollecita Costalli, altrimenti ci sono rancore sociale, frammentazione e chiusure localistiche e xenofobe.

E per Livorno, il cui declino è sempre meno "paziente", mi chiedo se non sarebbe utile promuovere una sorta di Stati generali dell'economia e della società, non per ripartire ogni volta da capo, ma per uno spazio di analisi, di dibattito pubblico e di condivisione di progetti, che non mancano, da cui potrebbe nascere il percorso di un “nuovo” compromesso storico territoriale.

 *Docente universitario di Sociologia