La notte livornese in via degli Ultimi, aggrappati alla mano di suor Raffaella - Le foto

di Federico Lazzotti

Livorno, viaggio con la presidente della Caritas tra miseria e speranza nella città invisibile: "Ognuno faccia la sua parte, ma ricordiamoci che purtroppo non possiamo rispondere a tutti perché come si legge sul Vangelo: I poveri saranno sempre con voi"

LIVORNO. Lino ha appena finito di consumare il pacco cena consegnato - come ogni notte - dalla ronda della solidarietà all’angolo tra viale Petrarca e via Ferraris: nell’attesa ascoltava radio Margherita dal telefonino, muoveva la testa al ritmo di musica e si lamentava del progresso tecnologico e del tempo; Michele, invece, deve essere tornato a dormire in un cantuccio buio della stazione centrale avvolto nello stesso sacco a pelo che puzza di vino scadente e di strada; forse anche Adriano, steso sul sagrato della chiesa di San Benedetto, in piazza XX, a quest’ora avrà smesso di maledire la sorte, la vita e il lavoro da badante che ha perso nove mesi fa e avrà trovato pace in un sogno, appoggiato sopra al cartone che gli fa da materasso.

Il viaggio lungo la via degli Ultimi insieme a suor Raffaella Spiezio è appena finito e nella notte del Giubileo dei senza dimora restano nelle ossa freddo e miseria che abbiamo respirato e la sensazione che l’onda della povertà stia crescendo di ora in ora: 400 poveri censiti in città in un recente studio del Ministero del Lavoro, 67 mila i pasti gratuiti consegnati nel 2015 e 900 bambini seguiti perché alle spalle hanno situazioni difficili. Non è solo per questo che gli occhi mandorla e cioccolato di questa donna di fede, forte e piccina, che da sei anni guida la Caritas di Livorno, si fanno per la prima volta seri.

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«Abbiate rispetto della dignità delle persone che abbiamo incontrato». Perché senza il rispetto - aggiunge - la battaglia contro la miseria e la marginalità nemmeno si può iniziare a combattere. E soprattutto, è questo il comandamento: «L’assistenzialismo verso chi è sotto la soglia della sopravvivenza genera solo dipendenza e non risolve il problema. E come fare allora? Prendendoli per mano e restituendo loro la dignità attraverso il lavoro. Poi ognuno faccia la sua parte: la Chiesa assiste e la politica faccia atti concreti. E ricordiamoci che purtroppo non possiamo rispondere a tutti perché come si legge sul Vangelo: “I poveri saranno sempre con voi”».

Ecco perché la sfida Raffaella, accento fiorentino e una erre simpatica e stonata che di tanto in tanto spezza l’intercalare, la affronta guardando sempre negli occhi chi incontra, fa poca differenza se davanti a sé haPapa Francesco, come mercoledì in Vaticano, o l’ultimo dei migranti che cammina con due sacchi pieni di stracci in piazza Dante facendo lo slalom tra i topi. «Di dove sei? Del Ghana. Ma tu vieni in Caritas? Ti aspetto domani mattina, da noi potrai fare una doccia calda e così parliamo anche dei documenti che ti mancano», dice facendosi aiutare con l’inglese. E aggiunge: «Da quando non possiamo dare più la residenza ai senza fissa dimora i problemi sono aumentati». Come per marito e moglie romeni che fermano Raffaella sul viale Carducci: «Dormiamo in macchina da un anno, dentro al garage di un amico. Io sono cardiopatico e ho bisogno del medico ma senza residenza non me lo danno...». Dietro al velo scuro che le copre i capelli, la gonna sotto al ginocchio e la scarpe scure che caratterizzano l’uniforme dell’ordine delle figlie della carità, c’è una donna di 42 anni che ascolta tutti e ha scoperto la sua strada a 17.

«A quell’età mi ero allontanata dalla Chiesa e dai preti - ricorda - ero fidanzata e mi immaginavo sposata e con dei figli. Poi una amica mi invitò a Rimini a fare un servizio tra i poveri: accettai. Quei giorni mi hanno cambiata per sempre: ho cominciato a riflettere e a convincermi che ero stata chiamata a vivere la mia esistenza per un fine più alto. Ora sono una suora, ma sono rimasta una donna. Diciamo che ho imparato ad orientare il mio amore. Dubbi? A volte quando torno a casa stanca, penso che mi piacerebbe trovare una persona che mi aspetta e sentire che per quella sono l’unica. Ma poi mi dico che non potrei mai vivere lontano dal Signore. Lo hanno capito anche i miei parenti: all’inizio pensavano che una suora dovesse vivere reclusa in una stanza, ora mi vedono realizzata e sono felici per me». In un’esistenza sempre in prima linea la paura è un sentimento che deve tenere chiuso in una cassetto.

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«Una volta mi sono messa di mezzo in una lite tra due ragazzini, uno di questi aveva un coltello in mano, glielo ho tolto senza rendermi conto delle possibili conseguenze. Poi quando ho capito che cosa avessi fatto sono crollata e ho pianto a dirotto. Ma che ci posso fare: è il senso di giustizia che mi spinge. Il problema è che tutta la sofferenza che vedo in giro a Livorno mi ha fatto venire l’ulcera e fatto perdere la spensieratezza: prima leggevo e mi piaceva andare al cinema, ora la sera sono stanca e se guardo un film mi addormento». Peggio va se accende la tv e sente parlare Matteo Salvini. «Spengo subito - ammette - il qualunquismo gli fa dire che gli immigrati tolgono il lavoro agli italiani, ma non è così: guardate le statistiche»

Chi la conosce bene la descrive anche come un’abile manager pastorale, una suora moderna e donna fumina che usa lo smartphone, anche se, ammette, «Facebook non mi piace perché la gente mette tutto in piazza», e capisce le debolezze degli uomini. «È vero, non mi scandalizzo di nulla, ma se una donna mi dice che vuole abortire cerco di convincerla a non farlo. È successo e quando ha deciso comunque di farlo per me è stata una sconfitta». Come pensare che anche stasera la via degli Ultimi sarà di nuovo piena e lei non potrà far altro che porgere una mano lungo la strada.