Cane ucciso, «Mi vergogno di aver sparato a Snoopy: vivo nel rimorso»   

di Federico Lazzotti

Livorno, ecco la lettera che Massimiliano Giunta, 39 anni, oggi imputato per l’uccisione dell’animale ha inviato alla Procura

LIVORNO. Scrive di vergognarsi, ricorda di aver avuto un cane, chiede perdono alla famiglia di Snoopy e ammette che porterà per sempre con sé questo rimorso. È questo il cuore della lettera che emerge dal fascicolo dell’inchiesta sull’uccisione del cane di sette anni avvenuta la mattina del 4 agosto 2015 e scritta in stampatello da Massimiliano Giunta, oggi imputato per la morte dell’animale. «Preciso – scrive – che verso le 9 sono uscito di casa senza rendermi conto. Ho sbagliato, pur non volendo ho fatto una cosa vile e me ne vergognerò a vita, anch’io – prosegue – sono stato padrone di un cane e so cosa vuol dire perderlo. Chiedo perdono alla famiglia di Snoopy, alla mia famiglia e a tutti coloro che amano gli animali. Porterò con me il rimorso a vita».

Morte di Snoopy, l’imputato chiede la messa alla prova  

Parole che completano la confessione che lo stesso trentanovenne aveva sottoscritto davanti ai carabinieri che il giorno dopo la morte del cane bussarono alla sua abitazione dopo aver controllato il registro sulle vendite delle armi simili a quella che aveva sparato. Ho premuto il grilletto dalla finestra «solo per fare smettere il cane di abbaiare, perché non riuscivo a dormire», disse. Giurando, infine, che non aveva nessuna intenzione di uccidere
«Quando ho sparato – spiegò – ho mirato al terrazzo dove c’era il cane che abbaiava. Ero distante, mai avrei pensato di poterlo colpire». Invece il pallino – l’autopsia lo ha poi confermato – ha perforato l’arteria dell’aorta dell’animale provocandone il decesso.

Agli investigatori il trentanovenne ha spiegato anche di aver comprato quella carabina giocattolo, «una decina di giorni prima», e di averla provata qualche volta in campagna, mirando ai topi: «Li ho colpiti ma loro scappavano, quindi pensavo che quell’arma non potesse certo uccidere. Il giorno dopo – concluse – quando ho letto la notizia non ci potevo credere».