La città che andava al galoppo, era la Coppa del mare, bellezza

di Enrico Querci

Livorno, domenica 13 agosto al Caprilli si sarebbe disputata la corsa più amata dai livornesi. Lo speaker Querci tra ricordi e aneddoti: «Era il nostro Natale d’agosto»

Enrico Querci, ex speaker dell’ippodromo Caprilli, dal 1993 lavora come cronista ippico di corse estere e conduttore televisivo per il canale ippico nazionale. Iscritto all’albo dei giornalisti dal’96, collabora con la società Alfea che gestisce l’ippodromo di San Rossore ed è un ex corrispondente del giornale “Trotto & Turf”. Nel novembre 2014, per la Pacini Editore, ha pubblicato il suo primo libro “Laghat il cavallo normalmente diverso”, un romanzo basato sulla vera storia di un purosangue cieco ma capace di vincere 26 corse.


LIVORNO. Caro ippodromo, è la seconda estate che passiamo senza di te. I giovedì e le domeniche sere sapevamo dove andare già da un paio di mesi e domani sarebbe stata la sera di festa per tutti noi appassionati e anche per te che ci avresti accolto per la Coppa del Mare. Non sarebbe mancato nessuno a questo appuntamento e nuovi spettatori sarebbero giunti per partecipare alla serata con la corsa più attesa dell’anno. Questa sarebbe stata la notte più bella per noi, ricordando le numerose edizioni passate viste con i nostri occhi ma anche quelle precedenti rivissute attraverso i racconti dei cronisti dell’epoca. Giampiero Celati ricordava sempre la vincitrice della prima edizione, Barcarola, che si affermò nel 1938 alla stratosferica quota di 100/1. Altri 74 sono stati i nomi iscritti nell’albo d’oro di questa corsa che era tradizione, storia e cultura per il popolo livornese e per gli appassionati italiani.

Il finale dell’ultima edizione, disputata del 2015, ripensandoci, fu emblematico con la morte del cavallo vincitore subito dopo aver tagliato il traguardo. E anche il suo nome, a posteriori, sembra una premonizione: Too Much Troubles, troppi problemi. Quanti ne hai avuti, caro Ippodromo che porti il nome di un nostro illustre concittadino che montò anche in corsa ma che fu, soprattutto, un genio nel campo dell’equitazione. Credo che si stia ancora rivoltando nella tomba vedendo le condizioni in cui versi. Sono venuto a trovarti a dicembre, per farti gli auguri per le feste imminenti ma soprattutto perché tu potessi, presto, riaprire i tuoi cancelli in estate. Ti ho trovato molto peggio di come mi sarei mai aspettato, è stata una sofferenza vederti così, abbandonato, trasandato, decadente. Una stretta al cuore. «Sto morendo», mi hai sussurrato confondendo la tua voce con un refolo di tramontana che ha smosso appena il folto tappeto di aghi di pino che ricopre ormai il parterre. Mi sono seduto in tribuna, quella scoperta con i gradoni di cemento armato che aveva sostituito la piccola, deliziosa, tribunetta dalla quale io guardavo le corse da bambino e da ragazzo. Su quella stessa tribuna sedevano anche mio padre e mio zio, che prima di ogni corsa studiavano le prestazioni, discutevano, litigavano, decidevano la scommessa da fare in comune e poi, per dimostrare l’uno all’altro la validità delle proprie tesi, ciascuno effettuava anche la propria. Su quella tribuna si è seduta qualche volta anche mia madre, trascinata all’ippodromo da suo marito in una calda estate del ’61 con me in grembo. Forse è anche per questo, per aver sentito già in epoca prenatale questi rumori, i rumori dell’ippodromo, che ho sempre amato i cavalli e questo sport.

Generazione Coppa del mare, la corsa è finita - <u>Il commento</u>

Quando ero bambino la sera della Coppa del Mare era veramente un Natale d’agosto. Cercavo sempre di sapere in anticipo i probabili partenti da un amico vicino d’ombrellone al mare che, figlio di un piccolo proprietario, aveva il privilegio di avere per casa quei fogli tecnici dei quali io non potevo altrimenti entrare in possesso. I pesi della Coppa! Caro Ippodromo, quelle sere le ricordo come se fosse adesso, non ti giravi dalla gente che c’era e il mio posto preferito per vedere le corse, la spalletta in alto della tribunetta, seduto con i piedi infilati in quei trafori che caratterizzano ancora la tua architettura. Una posizione quasi da fantino, per scoprire chi sarebbe stato il nuovo eroe della Coppa del Mare. Certo, non si poteva perder tempo prima della Coppa, altrimenti non si trovava più un posto libero e quindi niente cavalli al tondino ma una scommessa veloce e poi su, in cima, aspettando la sfavillante sfilata dei cavalli sotto «le mille luci del Caprilli». Anche questa è una citazione del Celati.

Gli anni sono passati, e io sono cresciuto non perdendomi una giornata di corse (o quasi). Ai tempi dell’università sei stato anche la sede del mio primo lavoro, funzionario del Jockey Club. Il glorioso ente è ormai morto e sepolto e oggi siamo in mani ministeriali. Una tragedia, sotto tutti i punti di vista. Un giorno, poi, mentre svolgevo il mio lavoro di “ispettore all’insellaggio”, il direttore dell’ippodromo mi venne incontro allarmato. Il cronista non c’era e qualcuno doveva commentare le corse. Potevo farlo io? Per uno che da bambino alla domanda “Cosa vorrai fare da grande?”, rispondeva “Il lavoro di Alberto Giubilo” fu un invito a nozze ma niente è come sembra, e fare le cronache non è così semplice e scontato, nemmeno per uno che le ascolta da quando è nato. Bene la prima corsa sui 2.250 metri con quattro partenti, un disastro la più numerosa prova per i velocisti sui 1.000 metri! Comunque la serata arrivò alla sua conclusione senza che avessi combinato dei danni gravi. Quello fu l’inizio, anche se ancora non potevo saperlo, del mio attuale lavoro: giornalista ippico. Nel corso degli anni sono stato anche lo speaker ufficiale del Caprilli e diverse Coppe del Mare le ho viste dall’alto della torretta, un mare di folla ai miei piedi, una gioia per gli occhi di un appassionato, un onore commentare la tua corsa più bella.

Purtroppo, lo ricordi, venni allontanato da questo incarico senza un motivo preciso, forse perché nel frattempo avevo anche iniziato a lavorare per il tuo cugino a San Rossore. Direi che puoi togliere anche il “forse”. Però sappi che io, nei tuoi confronti, non ho portato certo rancore perché sono convinto che ti faceva piacere sentire il suono della mia voce ma... that’s life! Ho continuato a venire da te e figurati se mi sono mai perso una delle successive Coppe del Mare anzi, se qualche giorno di vacanza era previsto, doveva essere prima o dopo questa domenica d’estate.

Chi l’avrebbe mai detto che questo nuovo millennio avrebbe decretato in soli tre lustri la tua fine. È stata un’agonia per te, caro Ippodromo, ma anche per chi ti ama. Non ti ha voluto bene chi doveva aver cura di te, chi doveva tutelare i tuoi interessi e nemmeno gli amministratori di questa città sono stati dalla tua parte. Hai passato quattro anni in stato comatoso, ma il tuo cuore batteva ancora grazie a qualcuno volenteroso che ha cercato di tenerti in vita e alla tanta, tanta gente che continuava a passare le sere da te. Cure palliative perché in realtà, sarebbe stato necessario un miracolo per salvarti, a quel punto. Eri sempre vivo, ma hanno deciso di staccarti i tubi e la tua morte non è stata indolore per la tua città. Chi ti ha ucciso non ne pagherà mai le conseguenze, direi che su questo c’è la quasi certezza. A noi livornesi, invece, non resta che andare tutti insieme a Montenero a chiedere una grazia alla Madonna: che tu possa essere il Lazzaro degli ippodromi italiani e che prima o poi (meglio prima) le tue luci possano nuovamente accendersi e che qualcuno possa commentare la sfilata e la corsa della 76esima Coppa del Mare. Semmai ricordati di me.