La mamma del disabile maltrattato: «Pena troppo leggera, per noi un’altra ferita»

di Federico Lazzotti

Livorno, il racconto della donna dopo la pubblicazione del video delle violenze: «Rivedere quelle immagini è stato dolorosissimo. E pensare che li consideravo due di famiglia, invece ci hanno rovinato la vita...»

LIVORNO. Per sfiorare l’indignazione di mamma Rita, 58 anni e un vestito a fiori, basta guardarla mentre segue con gli occhi il figlio – eterno Peter Pan – saltare dal divano alla sedia dentro a quello che fino a marzo, tre volte a settimana, si trasformava nel salotto degli orrori in un bell’appartamento a due passi da villa Fabbricotti. «Mi dicevano di stare tranquilla – racconta – e invece le immagini registrate dai carabinieri fanno capire perfettamente cosa facevano quando io non c’ero. Marco (Totano) e soprattutto Norma (La Cava) – va avanti – li consideravo due di famiglia. Quando uscivo dicevo di fare come se fossero a casa loro: “Mangiate e fatevi pure il caffé”, ripetevo. Invece ci hanno rovinato la vita. Mio figlio adesso è cambiato, ha paura degli sconosciuti ed è più irrequieto, prima non era così. Per essere chiari lei è il primo estraneo che entra in casa da marzo ad oggi...».

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Tra venti giorni ci sarà l’udienza e i due operatori arrestati a marzo per maltrattamenti hanno chiesto e ottenuto il patteggiamento a due anni con la sospensione della pena, cosa ne pensa?

«Penso che il patteggiamento sia la soluzione migliore per loro, ma la pena è leggera rispetto a quello che hanno fatto. Ecco perché sono molto indignata: qualche mese al fresco credo li avrebbe fatto bene. È vero che il reato non è grave come un omicidio, ma quello che hanno fatto è bruttissimo: era un ragazzo indifeso e disabile e hanno approfittato delle sue condizioni».

Com’è nato il rapporto con la cooperativa Cuore?

«Avendo un ragazzo disabile siamo seguiti dagli assistenti sociali da quando mio figlio era piccolo. Adesso che è grande mi hanno proposto questa cooperativa per aiutarmi e sostenermi, visto che sono sola con lui e non ho un attimo di respiro. Non ho accettato subito perché sono restia a certe cose, ho sempre gestito la cosa da me, poi mi hanno convinta. La cooperativa aveva una convenzione con il Comune e mi sono fidata anche per questo».

Il servizio a domicilio quando è iniziato?

«Era un anno che i due operatori lo seguivano. Ma con la cooperativa il rapporto era cominciato da un anno mezzo».

E quando si è accorta che qualcosa non funzionava?

«Diciamo che era qualche tempo che mio figlio era molto, molto agitato. E questo lo vedevano anche loro. Ma si tratta di un ragazzo disabile con molti problemi e con diverse intolleranze alimentari quindi poteva essere qualcosa che lo agitava. Poi un giorno l’altro mio figlio mi ha detto: “Mamma secondo me con questi operatori non ci sta bene”. E io dissi: “Non credo, li cerca, quindi se li cerca vuol dire che ci sta bene”. Ma mi sono insospettita».

Ha trovato segni sul corpo?

«Si, diverse volte. Ne ho anche chiesto conto sia a Marco che a Norma. Mi ricordo una sera, se non mi sbaglio era un venerdì, quando tornai a casa gli trovai una bella botta sulla mano, era abrasa e rossa. Telefonai subito a Marco e gli chiesi: “Scusami, che cosa ha fatto mio figlio alla mano?”. Lui tagliò corto, rispose che quel segno c’era già quando erano venuti a casa. Ho insistito per un po’, poi ho tagliato corto perché era la mia parola contro la sua».

Poi però si è rivolta ai carabinieri e ha fatto denuncia…

«A dire il vero prima di fare denuncia mi sono voluta documentare, ho cercato delle prove, non volevo andare dai carabinieri ad accusare qualcuno e poi magari passare da pazza e visionaria. Ecco perché ho lasciato dei registratori nascosti in modo da poter sentire cosa succedeva quando uscivo e lasciavo mio figlio con loro. Così mi sono accorta, porca miseria, di quello che gli facevano: si sentivano chiaramente le angherie che subiva».

Cosa ha sentito?

«Offese, botte, e mio figlio che diceva: “Ahi, ahi, mi fai male, mi fai paura”. A quel punto sono andata subito a fare denuncia dai carabinieri. E non ho sbagliato».

A distanza di sei mesi dall’arresto e dalla fine dei maltrattamenti com’è cambiato suo figlio?

«Ha cambiato carattere, diciamo che è sempre stato un ragazzo abbastanza difficile, non lo posso negare, ma se gli dai attenzioni poi si tranquillizza e cerca di giocare, vuole il contatto umano, se non glielo dai ti si rivolta contro perché si sente rifiutato. E a quel punto ti sfida. Adesso ha paura, non vuole stare più da solo. Prima non era così. Questa esperienza ci ha rovinati, anche perché io non mi fido più di nessuno. E quando lo porto fuori mi accorgo che fa cose che prima non faceva. Sembra un’altra persona. Ecco perché è da marzo che stiamo in casa, non lo lascio più a nessuno, solo in casi estremi, ma solo a familiari».

Il 26 settembre sarà in Tribunale?

«Il mio avvocato mi ha detto che non siamo convocati. Ma io vorrei andare per guardarli negli occhi e basta».

Che rapporto c’era tra lei e due operatori?

«Ripeto: ottimo, li consideravo di famiglia, soprattutto Norma per me era come una sorella. Lei è venuta a casa fin da subito, all’inizio quando seguivano mio figlio io restavo con loro. Poi mi hanno convinta a uscire: “Siamo qui per questo”, dicevano. Addirittura nel corso del tempo le ho anche regalato un elettrodomestico. Lei fu tanto contenta, mi disse che non poteva contraccambiare il regalo, le risposi: “Basta che tieni bene mio figlio e lo tratti bene”. Questo è il risultato».

Ora è stato reso pubblico il video dei maltrattamenti. Lo ha guardato?

«Sì. A marzo i carabinieri mi avevano fatto vedere solo alcune scene, ma io era talmente agitata che non capivo nemmeno cosa mi facessero vedere. Ieri (martedì) le ho riviste e ho trascorso una giornata d’inferno. Vedere quello che gli hanno fatto è stato dolorosissimo».

Guardare le immagini dei maltrattamenti a suo figlio ha fatto venire in mente gli abusi megli asili o nelle case di riposo, dove chi dovrebbe vigilare sul più debole ne diventa il carnefice…

«È vero. Molte persone si devono affidare a queste cooperative ma bisogna stare con gli occhi apertissimi, non c’è mai da fidarsi. Fosse per me metterei telecamere dappertutto. Io, per fortuna, l’inferno che stava vivendo mio figlio, l’ho capito. Ma i parenti delle persone anziane oppure i ragazzi in carrozzina sono ancora più indifesi».