Morte di Jacopo, l’alibi dell’indagato: «A casa fino alle 21»

di Federico Lazzotti

Livorno. Il trentenne nei guai per omicidio stradale ha raccontato agli investigatori la sua versione che per adesso regge

LIVORNO. L’alibi del trentenne livornese indagato per la morte di Jacopo Pieri regge. Nonostante le accuse – l’ultima svelata da una lettera anonima recapitata al comando di polizia Municipale – , e i molti sospetti, la versione che l’automobilista ha fornito agli investigatori è risultata e risulta, ancora oggi, attendibile. O almeno, non ci sono elementi investigativi che la possano smontare o mettere in discussione nonostante troppe cose che non tornano perfettamente.

Eppure la versione è stata confermata in buona parte incrociando la sua testimonianza con quella di familiari, conoscenti e soprattutto della fidanzata che ha raccontato di aver trascorso la sera del 3 marzo scorso in compagnia del ragazzo, ma solo dalle 21,20 in poi, dunque quando l’incidente all’incrocio tra via Bedarida e via Sicilia nel quale ha perso la vita il giovane calciatore di 17 anni era già avvenuto.

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E prima dov’era il trentenne? Agli investigatori coordinati dal pubblico ministero Giuseppe Rizzo nelle varie occasioni nelle quali è stato sentito ha sempre ripetuto di essere rimasto a casa, in particolare nella fascia orario compresa tra le 19 e le 21, prima di incontrarsi proprio la fidanzata. C’è, però, un piccolo particolare che non convince gli agenti della sezione di polizia giudiziaria: nessuno ha avuto modo di confermare questo particolare.

Ecco perché in questi nove mesi indagini, gli inquirenti si sono concentrati anche sulla macchina, la Ford Focus indicata dal testimone anonimo, corredata dal numero di targa, che poco prima delle 21 avrebbe preso la rotatoria di via Bedarida contromano facendo perdere l’equilibrio a Jacopo che successivamente sarebbe stato travolto da una seconda vettura che arrivava nel suo stesso senso di marcia. È ascoltando la mamma del trentenne, proprietaria dell’auto usata dal figlio, che gli agenti hanno saputo che la macchina per tutto il giorno sarebbe rimasta ferma in via Tripoli. La donna, infatti, avrebbe usato l’utilitaria la mattina del 3 marzo scorso per arrivare alla stazione da dove avrebbe preso il treno per poi tornare in città intorno alle 22,30 e trovare l’auto nello stesso posto dove l’aveva lasciata ore prima, in via Tripoli.

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E allora com’è possibile che l’anonimo l’abbia vista innescare l’incidente mortale poco prima delle 21 poco prima del sottopasso di Coteto? Possibile che il trentenne o qualcun altro in possesso delle chiavi abbia preso la macchina tra le 20,30 e 21,30 abbia causato l’incidente «forse senza accorgersene», come spiega l’anonimo, prima di rimettere l’auto al proprio posto? Sono queste le domanda attorno alle quali, a tutt’oggi, ruota tutta l’inchiesta. E proprio per risolvere questi dubbi, nella primavera scorsa la Procura ha chiesto la consulenza di una ditta specializzata per verificare se esiste una compatibilità tra la vernice dello scooter di Jacopo e l’auto sospetta.

Il risultato, da quello che trapela, ha dato un esito poco sotto il 100% (che rappresenta la certezza che ci sia stato un contatto). Ecco perché, ancora oggi, la speranza di risolvere il caso è legata a doppio filo alla possibilità che il super testimone si faccia avanti. E racconti finalmente che cosa ha visto quella notte di nove mesi fa.