I dieci anni del vescovo Giusti: «Qui fame di casa e lavoro»

di Juna Goti

Livorno, l'omelia a Montenero: «Macché miscredenti, mi avete sorpreso Città nel vento gelido della crisi. Inauguriamo la mensa da 300 pasti in Corea»

LIVORNO. Batteva un gran sole quel 2 dicembre di dieci anni fa sul Voltone di piazza della Repubblica, quando Simone Giusti di Cascine di Buti, fede pisana, avvolto nella vesta purpureo-violacea che quasi ricordava l’amaranto, prese in mano la diocesi di Livorno. Fatemi sentire a casa, disse, pronunciando subito parole sull’educazione dei giovani e il diritto alla casa. Ieri pomeriggio è stato un sacro colle tagliato dal vento e dal freddo ad accogliere il vescovo nella luce del santuario di Montenero, a dieci anni da quell’arrivo in città. E la casa – quella dei tanti che non ce l’hanno – è tornata al centro delle sue parole. Casa e lavoro. Ma anche poveri, giovani e politica, con una chiamata neppure troppo velata all’impegno dei cattolici in vista delle prossime elezioni.

Tutto in perfetto stile Giusti. Con quel colore della voce che a volte accarezza, a volte frusta. Con quelle «mani che in questi dieci anni hanno scritto progetti» non più solo sulla carta, da vescovo-architetto, «ma pastorali». «Mani che hanno aiutato, incoraggiato, indirizzato», ma che «hanno dato anche qualche scappellotto a chi lo meritava», dice don Paolo Razzauti, al quale sono affidate le parole che aprono la messa: «Sono stati dieci anni non facili ma belli», ora «buon cammino e vento in poppa vescovo Simone».

«E vento oggi ce n’è assai», coglie l’assist il vescovo. Che ringrazia per questi dieci anni. E ricorda di avere iniziato il suo cammino proprio a Montenero: «La prima messa l’ho celebrata in parrocchia dove sono nato, ma per la seconda venni qui con i miei genitori, il 7 novembre del 1983...». È a Maria che dedica gran parte delle sue parole nel giorno dei festeggiamenti per i suoi dieci anni da livornese. Dieci anni in cui «ho potuto ammirare come la Madonna guidi questa diocesi». E, «cosa che non avrei mai creduto, come sia presente nel popolo livornese». Si lascia scappare due battute: quando ricorda che per la santa Maria del soccorso è stata costruita una chiesa, in piazza Magenta, così grande che «ci potreste fare lo stadio coperto». E quando dice che «è stata una scoperta non trovare miscredenti a Livorno, per tanti la Mamma è presente, e con lei anche il Figliolo...».

Il santuario è pieno. Fedeli, associazioni. Anche i giovani calciatori del Sextum Bientina in tuta blu. Politici. Si vede l’ex sindaco Alessandro Cosimi. Non c’è Filippo Nogarin. Dal pulpito Giusti parte così: «Questa tempesta di vento, non il libeccio, ma un vento ben più gelido, è il simbolo della realtà che purtroppo sta attanagliando la città. Se nel 2007 sono stato accolto dal sole, da una città ridente, ricca di comunità, traffici, commercio, oggi, dopo tanti anni di crisi, vedo una città sferzata da questo vento gelido».

«La povertà – sottolinea in un passaggio dell’omelia – è cresciuta tanto e c’è una fame forte di case. Mi si dice che ci sono 500-600 famiglie che non hanno un tetto. E dall’altra parte circa 12mila persone che non hanno lavoro. Cosa fa un padre se il figlio è a casa? Lo aiuta a trovare un lavoro. E cosa deve fare il padre della diocesi? Deve cercare di aiutare i suoi figli, quindi pensare a casa e lavoro. Alla casa dell’anima, ed eccoci qui a Montenero. Ma anche alle cose quotidiane: come si dice, “dacci oggi il nostro pane quotidiano”...».

«Nella Bibbia – ripete – è chiaro e tondo, la casa è un diritto biblico. Lo stato deve garantire una casa e un lavoro. C’è scritto anche nella Costituzione». Bibbia e Costituzione. Ma il suo non è un inno al “non va bene nulla” o a fare gli “stolti che piangono i tempi passati”. Vuole essere piuttosto una «scossa». Una chiamata all’impegno, al non cedere alla rassegnazione. Parte lui: «Il 20 dicembre inaugureremo una nuova mensa della Caritas, mensa che passerà dai 50 posti a turno come è ora a Torretta, ai 300 posti a turno come sarà in Corea». Nel futuro Villaggio della Carità. Il primo lotto, la butta lì, «ci costerà un milione e mezzo, siamo circa a 900mila euro, la provvidenza ci aiuterà...».

Poi torna a pungere e ad esortare, con quell’accento pisano: «Certo, c’è il dramma della casa e del lavoro. Ma cribbio della miseria, ci sono centinaia di appartamenti vuoti a Livorno, vediamo di fare sinergia perché chi non ha casa la trovi». E «c’è un porto che potrebbe essere una spinta grande, vediamo se questa maledetta burocrazia si sblocca. Ho visto in questi giorni alcuni atti dell’Autorità portuale... finalmente questa storia dei bacini, che è invereconda, indegna, si sblocchi per dare un lavoro a chi non ce l’ha. Ci sia un’azione corale, un’opinione pubblica che non tolleri più il rimpallo di responsabilità e l’inerzia».

Esorta a darsi da fare a «prendere il vento a viso aperto e ad affrontare il largo», monsignor Giusti. E dopo aver detto che anche «il Santo Padre ci invita a un di più di impegno sociale e politico» butta lì che «in Italia si stanno per vivere le elezioni politiche» e «occorre impegnarsi». Lo ripete due volte: «Occorre impegnarsi», «trovare dei candidati che siano degni del percorso, del vostro voto», perché «è una responsabilità essere sia elettori passivi che attivi». Una responsabilità da intendere «nel segno della carità». «Si può essere sindaci santi» ed «è possibile vivere anche la politica come luogo di ascesi e santità».