Fontanelli, il baffo “rosso” che mette paura al Pd

di Mario Neri

Il deputato pisano e candidato di LeU ha ancora fedelissimi fra i dem della Torre: «Il mio obiettivo? Ricucire con i delusi da Renzi e ridare una casa alla sinistra»

PISA. È lui il regista, lui il playmaker della politica sotto la Torre, anche adesso che si è scisso dal partito, anche oggi che confessa di rimpiangere la ditta e «il suo modello di parità e dialettica interna» e rimprovera a Liberi e Uguali la deriva renziana del cartello «personalistico». Paolo Fontanelli ama il pluralismo, ma è sempre e quasi solo lui da trent’anni a fare, disfare, incidere e decidere sui pisani. E il 64enne deputato ex Pd, fra i fondatori di Mdp, non ama, anzi odia, che si azzardi a farlo per lui qualcun altro. Così in molti ormai si sono convinti che perfino sui campini in golena d’Arno, la domenica mattina, metta in scena la metafora della sua carriera: «Gioca regolarmente a calciotto con una squadra dove ha avuto cura di scegliersi compagni che sono tutti più scarsi di lui. Se riesce, con quelli proprio scarsissimi, ci fa la squadra avversaria», raccontano gli amici di vecchia data, nessuno dei quali in politica. «Macché. Ma se viene anche l’ex juventino Birindelli...», ribatte lui accennando un sorriso prima di far calare uno dei suoi ieratici silenzi, uno di quelli per cui i compagni (dell’ex partito, non di calcetto) lo chiamano ancora la Sfinge. Dietro quella proverbiale impassibilità e il baffo dalemiano non si capisce mai davvero quale pensiero celi Fontanelli, ma da quasi un anno è la maggiore preoccupazione del Pd. «Sono uno che ascolta, l’ho sempre fatto. Anche quando andavo in Comune a piedi o in bici. Le persone mi fermavano in Corso Italia, magari per lamentarsi delle buche».

Ecco, Fontanelli è l’unico uomo di sinistra che a Pisa riesca ancora a farlo, ad ascoltare appelli e incassare schiaffoni. Così lo descriveva dieci anni fa il libro-intervista La Pisa dei Miracoli, un filo autocelebrativo, scritto con Gianfranco Micali, rassegna delle intuizioni maturate sotto la sua amministrazione, dal 98 al 2008: lo spostamento del Santa Chiara a Cisanello (non ancora finito), il porto di Marina e il Pisamover, il trenino stazione-aeroporto che i detrattori ora chiamano «Brucomela» additandolo come l’icona del fallimento rosso per i parcheggi scambiatori sempre deserti. «Doveva essere la società del Galilei a gestirlo. È saltato tutto con la fusione con Peretola». Da lui esecratissima, eppure voluta, oltre che da Renzi, anche da Enrico Rossi, oggi compagno di avventura. Fatto sta che sono tutti progetti che hanno segnato il governo di Marco Filippeschi. E da un paio d’anni è satira in Rete: “Filippeschi comunica cose”. Comunica e basta, perché le ha già fatte e decise tutte Fontanelli.

Ma attaccarlo ora per i dem sarebbe un’arma a doppio taglio. Candidato di LeU nel collegio del Senato contro la ministra Valeria Fedeli, il suo nome rischia di calamitare non solo i voti degli scissionisti (la definizione lo fa imbufalire) ma anche quelli dei democrat delusi dall’ultima mutazione renziana. Soprattutto a Pisa dove la rottamazione non ha mai sciolto del tutto la ditta e nel Pd resistono fontanelliani di ferro come l’ex segretario provinciale Francesco Nocchi, l’ex sindaco di Vecchiano Giancarlo Lunardi e l’attuale assessore alla cultura Andrea Ferrante, oltre a varie anime TtR (Tutti tranne Renzi), tipo il lettiano Andrea Pieroni. Anime in tempesta che non hanno digerito la ministra paracadutata. Non solo. Pugnalare Fontanelli ora potrebbe rivelarsi un harakiri dopo. Senza l’appoggio di Mdp, il Pd rischia di perdere il Comune e dunque meglio rimandare la discussione al post 4 marzo. «Lo ha detto Ermete Realacci e sono d’accordo – dice Fontanelli – È difficile negoziare ora. Non passa giorno senza che Renzi non dica che quello dato a noi è un voto inutile». Non un caso che neppure lui bombardi i dem: «Fedeli paracadutata? Non commento. Certo, le candidature dovrebbero sempre tener conto del radicamento».

Certo di dalemiano Fontanelli non ha solo i baffi, ma anche il fiuto tattico. L’amicizia dura dai tempi in cui il Conte Max si aggirava alla Normale. Massimo è stato uno dei pochi a deviare il corso della carriera di Paolo, iniziata, dopo qualche anno da operaio a Santa Croce, nel ’75 come segretario provinciale della Fgci. Poi è stato a capo del Pci, del Pds provinciale e infine anche del Pd. Ma fu D’Alema a convincerlo a dimettersi da assessore regionale (è suo il “modello Versilia” elaborato da sub-commissario alla costruzione per l’alluvione del ‘96) e a candidarsi a sindaco. Fu sempre D’Alema a pretendere da Filippeschi di lasciare Roma per fare spazio all’amico. «Con D’Alema c’è un’amicizia vera. Antipatico? La sua ironia e intelligenza dividono. Spesso chi gli è stato al fianco gli è poi diventato nemico, mancando di riconoscenza». Tradotto: lui no. Mai. Passioni, oltre l’Inter e il Pisa, la lettura. Romanzo della vita Cent’anni di solitudine.

Nei karaoke sull’Arno canta a squarciagola “Io vagabondo” dei Nomadi. Una delle poche cose con cui vìoli i meditabondi silenzi, per cui l’antico maestro Giuseppe De Felice, storico segretario Pci nei ’70, lo chiamava «Grande capo bianco zigomo fermo». Fra Salvini e Di Maio, dice, «non sopporto Salvini, è violento e intollerante». Orizzonte: «Ricucire con i pezzi di società spappolata che hanno abbandonato la sinistra per gli errori di Renzi, ridare una casa a chi oggi naviga nel rancore». Come il leader Maximo anche lui ha avuto la sua fase scapigliata. No, figuriamoci: niente molotov alla Bussola. «Era il ’77, facemmo un’assemblea in università. Vennero da Padova gli autonomi. Per noi della Fgci, esagitati. Finì a seggiolate. Per difendere un compagno mi presi un cazzottone in testa. Rimasi stordito per giorni». Poi è tornato lo stesso. Serio, schivo, poco portato all’ironia. Memorabile la risposta a un giornalista che gli pose la domanda che ha attraversato la sua vita: «Ma lei è un dalemiano di ferro?». «No», disse secco. «Perché non sono di ferro».