Addio Aldo La Comba, storico urologo e pioniere dell’Adi

di Giulio Corsi

Livorno, una vita in ospedale, gettò le basi dell’assistenza domiciliare: aveva 74 anni

LIVORNO. Aldo La Comba ha scoperto di essere malato lo scorso ottobre. Sapeva che la diagnosi era terribile: tumore al polmone. Ma ha deciso di non arrendersi, lui che per tutta la vita aveva aiutato gli altri a combattere le malattie e a vincerle. Ha iniziato le terapie, ha cercato di far soffrire il meno possibile i propri familiari, infondendo loro fiducia. Sabato 24 febbraio aveva terminato la chemio ed era tornato nella sua casa di via Cambini, dall’adorata moglie Clara. Era sereno, aveva invitato la figlia Barbara a pranzo. E invece un’emorragia improvvisa l’ha portato via all’ora della colazione. Avrebbe compiuto 75 anni a giugno. I funerali si sono svolti martedì 27 ai Lupi.

Con lui se ne va davvero un pezzo di storia dell’ospedale, dove aveva lavorato per oltre 35 anni, dopo essersi laureato in medicina a Firenze appena ventisettenne e poi essersi specializzato in urologia. Diventato aiuto primario al reparto di urologia, dopo qualche anno aveva chiesto il trasferimento al pronto soccorso, di cui per lungo tempo è stato una colonna. «Amava stare in prima linea, voleva vivere il rapporto con i pazienti, voleva curarli», ricorda commossa la figlia Barbara, responsabile dell’ufficio ambiente dell’Asa, insieme alla sorella Francesca, agronoma.

Ma il passaggio più importante della sua carriera di medico, Aldo La Comba, l’ha vissuto quando insieme all’ex primario di pneumologia Costantino Mandalis strutturò e organizzò a Livorno l’Assistenza Domiciliare Integrata, la cosiddetta Adi, gettando le basi di un servizio, primo in Toscana e fra le novità dell'epoca a livello nazionale. Si può affermare senza timore di smentita che se oggi la nostra città è ai vertici di qualità in questo settore, gran parte del merito va alla visione pragmatica ed incisiva dei due. Non a caso dopo Mandalis, fu La Comba a dirigere la struttura, un vero e proprio ospedale mobile, medici, infermieri, operatori socio-assistenziali che sette giorni su sette seguono l'ammalato prestandogli cure e terapie indispensabili.

«Mi ha telefonato dall’ospedale appena venerdì, l’avevo sentito rasserenato, sperava di farcela, mi ha raccontato che a breve avrebbe iniziato una terapia sperimentale a Viareggio - ricorda l’amico Paolo Mori Ubaldini -. Era una persona splendida, disponibile con tutti, uno che credeva nel proprio lavoro e nell’amicizia. Negli ultimi 20 anni abbiamo fatto insieme 240 cene: ci ritrovavamo una volta al mese con una serie di colleghi dell’ospedale, c’era la caposala del 118 Paola Tazioli, il legale dell’Usl Michele Testa, il direttore della farmacia Silvis e tanti altri. Ogni volta andavamo in un posto diverso. Ci eravamo detti che avremmo ripreso presto quel bel rito e invece...».