Accoglienza, anima di Livorno

di Luigi Vicinanza

I caratteri fondanti di una comunità aperta e plurale si mantengono ancora oggi. È impreciso definirla località meridionale: è mediterranea. E la sua tradizione si difende solo se si è in grado di innovarla

Si è svolto a Livorno, venerdì e ieri, il convegno “Le città hanno un’anima - Vita e futuro del Mediterraneo” promosso dalla Comunità di Sant’Egidio. Pubblichiamo un riassunto dell’intervento del direttore del Tirreno Luigi Vicinanza nell’ambito della tavola rotonda “Città di carta”.
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Si può fotografare l’anima di una città? E se la risposta dovesse essere positiva, quali sono i criteri metodologici per arrivare alla definizione di quanto di più immateriale esista – l’anima appunto, laicamente parlando – dentro un corpo complesso qual è una città: i suoi abitanti, la sua struttura urbana con edifici storici e chiese, monumenti e fabbriche, centro e periferie, tensioni sociali e fermenti culturali. Eppure è questo ciò che chiede di fare la Comunità di Sant’Egidio, organizzatrice di un’intensa “due giorni” di studio svoltasi a Livorno venerdì e ieri. Il titolo del convegno è assertivo: Le città hanno un’anima. Non c’è punto interrogativo. C’è una certezza ontologica, come avrebbe potuto sostenere Anselmo di Canterbury, su una questione certo molto ma molto più impegnativa.

Allora proviamo a utilizzare un criterio storico. La nascita di Livorno come porto mediceo e dunque come città del Granducato di Toscana è ben nota: risale al XVI secolo e trova nelle cosiddette “leggi livornine” (1591-1593) emanate da Ferdinando I de’ Medici il suo atto costitutivo. La concessione del privilegio granducale a insediarsi liberamente in città appare come un atto di governo illuminato con un secolo d’anticipo sulla diffusione delle idee dell’Illuminismo riformista. Ancor oggi l’incipit delle “leggi” crea emozione nel leggerlo: “A tutti voi mercanti di qualsivoglia natione, Levantini, Ponentini, Spagnoli, Portughesi, Greci, Todeschi, et Italiani, Hebrei, Turchi, Mori, Armeni, Persiani et altri…”.

È l’invito a insediarsi nella città con piena libertà – oggi diremmo – di diritti civili, patrimoniali e sociali.
Ecco dunque nascere la città senza ghetto, caso unico nella cattolicissima penisola italiana della Controriforma, ospitale con gli ebrei sefarditi espulsi dall’altrettanto cattolicissima penisola iberica. Ecco dunque la città dalle mille lingue – persino una forma dialettale derivata dall’ebraismo: il bagitto – dalle tante chiese quanti sono i culti praticati, dai sette cimiteri. E dal porto vero motore della vita economica e sociale della città, fonte di ricchezza per gli scambi non solo di merci ma anche di cultura.

Ecco che grazie alla eccezionalità delle sue origini si intravede una prima anima di Livorno: meticcia, tollerante, cosmopolita, scanzonata, passionale; un’irripetibile chimica dei sentimenti e dei ragionamenti il cui distillato fa dei livornesi una compatta comunità dell’altra Toscana, quella che si specchia sul mare e che ben si differenzia dalla forza evocatrice di Firenze.

Quando mi sono stabilito per lavoro in città, poco meno di un anno e mezzo fa, alla guida de “Il Tirreno”, in molti mi hanno parlato di Livorno come città meridionale, la più a nord del Sud Italia. Una definizione amabilmente paradossale. Conosco bene il Mezzogiorno d’Italia: lì sono nato e lì mi sono formato. E ritengo la definizione di “Livorno città meridionale” suggestiva ma in effetti imprecisa. Recentemente un assessore comunale, Francesco Belais, mi ha ricordato una frase attribuita al pittore e poeta futurista Francesco Cangiullo, nato a Napoli e morto a Livorno dove aveva deciso di vivere: “Se ci si allunga a camminare su via Caracciolo, il lungomare napoletano, si arriva dritti su viale Italia, il lungomare livornese”. Geniale trovata di un genio della cultura futurista.

Livorno e Napoli – è ovvio – hanno la loro culla nel Mediterraneo, il grande mare della nostra civiltà. “La sua vita è mescolata alla terra, la sua poesia è più che a metà rustica, i suoi marinai sono contadini; è il mare degli oliveti e delle vigne… e la sua storia non è separabile dal mondo terrestre che l’avvolge…” ha scritto Fernand Braudel, il grande storico delle civiltà del Mediterraneo. Eccoci dunque, noi di Livorno di Tripoli di Marsiglia di Palermo che sulle sponde di questo mare siamo nati, che vi abbiamo immerso i piedi sin da bambini, contaminati dagli stessi umori, pronti a spiegar le vele verso l’ignoto con la propria terra nel cuore: Itaca – indiscusso mito mediterraneo – si abbandona perché ritornarvi sempre e comunque è il desiderio delle notti ignote. Navigatori e terragni, inconsapevolmente questo siamo. I 500 chilometri di distanza tra Livorno e Napoli sono un nulla quando ti lasci prendere dalla suggestione delle onde, dalla forza del libeccio, dalla malia di un tramonto. Sulle sponde di questo mare c’è sempre un altrove da esplorare. Questa allora è la natura tipicamente mediterranea della città. Il mistero dell’esplorazione. La concretezza della contaminazione.

Livorno è stata sicuramente tutto ciò. È storia. Come è storia – tragica, dolorosa – la distruzione subita dalla città durante la Seconda guerra mondiale, con i bombardamenti che ne hanno mutato l’assetto sia urbano che sociale. La ricostruzione del dopoguerra, come in tanta parte d’Italia, ha prodotto per necessità un’edilizia senza qualità. La città sette-ottocentesca è stata sommersa dal cemento, così com’è oggi. Eppure…

Eppure come è bella Livorno vista in tv. Più bella di come tanti suoi abitanti e altrettanti toscani sappiano immaginarsela. L’occhio delle telecamere è selettivo, coglie lo splendore dolente di una tradizione ingiustamente trascurata. Milioni di italiani hanno felicemente scoperto, grazie a una fiction andata in onda nelle settimane scorse su Rai1, l’ammiraglia della tv pubblica, che luogo magico e fascinoso è il capoluogo labronico. Grazie allora a “Romanzo famigliare” e alla regista Francesca Archibugi. Al di là della trama che poteva piacere o meno, abbiamo visto – milioni di italiani hanno visto – una città inedita persino per i suoi stessi abitanti: la Venezia, l’Accademia Navale, Porta Margherita, le colline, bisogna avere gli occhi giusti per godersela Livorno. È stato uno spot insperato per una città alla ricerca di una nuova identità. Ecco, della tv si può facilmente parlar male, ma bisogna saperne riconoscere i risultati: il ritorno d’immagine per Livorno è evidente.

Un capitale d’immagine positiva va amministrato, però. È un compito collettivo, chiama in causa le responsabilità di chi ha ruoli di primo piano in città. Non solo amministratori locali (ma innanzitutto loro), ma insieme commercianti, albergatori, imprenditori, titolari di bar, ristoranti e lidi balneari. Della sua classe dirigente. Di ogni semplice cittadino che abbia a cuore la propria città. Di chi pensa che Livorno possa essere città aperta, come è nell’atto costitutivo della sua fondazione. Tollerante. Plurale. L’esatto contrario della faziosità di un certo dibattito pubblico. L’immagine è un bene immateriale fondato sulla visione intelligente del passato proiettato nel futuro. La tradizione si difende solo se si è in grado di innovarla. (…)

Infine consentitemi di sintetizzare il mio rapporto con Livorno in questo modo. È un genere di scrittura che non ho mai praticato in vita mia, evidentemente è un affetto collaterale del vivere in questa città:

Ti scruto Livorno spettinata dal libeccio
Euforia salmastra sopra un velo di scirocco stanco
Il pianto dei gabbiani, domande esistenziali
Gorgona muta sirena, Corsica Fata Morgana
Nei fossi si raggruma il sangue di Nettuno
Nel nome la Venezia si cela l'inganno
San Jacopo freme al mare, abbraccia il naufrago, vele maledette
Lontano da qui, lontano dall'azzurro vuoto
la montagna m'accoglie nel suo grembo
A Montenero ogni bestemmia è salmo
Il miracolo si specchia nel giorno fragile
Respiro ruggine, brilla opaca al sole
Il tramonto stordisce, sorriso triste
La prepotenza del passato strappa dimenticate bandiere
S'avanzano bimbi motosi più grandi dei loro grandi
Livorno anima mia