La strigliata del vescovo: alt su sesso e convivenze

di Mauro Zucchelli

Livorno, il presule ha anche ricordato che la patrona era una ragazza nordafricana: «Per un livornese prendersela con i migranti significa prendersela con lei»  

LIVORNO. «Siamo diventati insipidi. La nostra fede è scialba e mediocre, lo dico per primo a me stesso. E allora sembra eroico anche il minimo gesto di coerenza, la più piccola scelta controcorrente». Il vescovo Simone Giusti i fedeli li aveva già strigliati anche in altre occasioni ma mai, a memoria di cronista, in modo così tagliente in una liturgia così solenne come la messa di Santa Giulia.

A certificarne l’importanza non è in astratto il calendario liturgico ecclesiale bensì lo standard di partecipazione ogni anno più alto: basti dire che, duomo strapieno a parte, la processione – in dubbio fono all’ultimo momento quando uno squarcio di sole quasi estivo ha fugato i dubbi – aveva la testa sul ponte dei Francesi all’ingresso del Porto Mediceo mentre la coda con il reliquiario della patrona non si era ancora mosso da piazza Grande. Il monsignore-architetto vi aveva accennato con una battuta: «Ogni anno che passa questa cattedrale sembra più piccola: vabbè che sono architetto, ma non so come risolverla…».

In passato il presule aveva messo l’accento sugli aspetti del “peccato sociale” che impedisce di soddisfare il diritto al lavoro o quello alla casa, stavolta l’unico accenno di questo tipo riguarda un altolà a qualsiasi discriminazione contro i migranti: la città – sottolinea Giusti – ha come patrona una ragazza nordafricana resa schiava («come tante povere donne buttate sulle nostre strade per lo sfruttamento più infame»), prendersela con gli immigrati «sarebbe come prendersela con lei».

Ma, nell’omelia di ieri, la sferzata del vescovo invece è stata centrata su temi cari alla morale cattolica più vecchio stampo: nel mirino la «strage di down mai nati» (mentre in altre circostanze aveva insistito sul «dramma di tante donne che a me prete hanno confessato tutto il rimpianto per aver abortito») ma anche il fatto che numerose coppie scelgono di convivere anziché «sposarsi con la benedizione di Dio che consacra la loro unione». E non è tutto: fra gli indicatori di una fede talmente annacquata da essere insapore, Giusti cita anche il mancato rispetto del comandamento dell’alt agli «atti impuri» (la masturbazione) o del divieto di tradire il coniuge arrivando a segnalare che «sono pochissimi i casi in cui si arriva vergini al matrimonio».

In realtà, per provare a capire da dove prende le mosse questo ritorno di monsignor Giusti a questo genere di temi bisogna forse guardare alla prima metà della predica. Tutta dedicata al martirio dei cristiani di Mosul: anzi, per la precisione di padre Ragheed Ganni, prete irakeno assassinato dai tagliagole dell’Isis che per 5 anni l’avevano minacciato per fargli chiudere la chiesa cristiana del suo quartiere. Da un lato, in Indonesia come in Congo, in Arabia come in Nigeria, ai cristiani è chiesto sempre più spesso di affrontare il martirio perché sono sempre più frequenti gli attacchi terroristici; dall’altro, i cristiani dell’Occidente sempre più tiepidi.

«Viene prima il catechismo, poi lo sport. Viene prima la preghiera, poi i social», tuona dal pulpito il vescovo. Ma neanche l’incenso della cattedrale ce la fa contro il virus dello smartphone che ormai miete vittime ovunque: connessi 24 ore su 24. Magari smanettando su Instagram e Facebook proprio durante la predica.