Il primo giorno di lavoro diventa un "sequestro": «Vendi i contratti o non scendi dalla macchina»

di Alessandro Bientinesi

La prova si trasforma in incubo. La vittima: «Ho risposto a un'offerta come segretaria. Dopo il colloquio mi sono trovata in auto con tre sconosciuti. Non sapevo neppure dove stavo andando. Sono fuggita a un semaforo rosso e sono andata dai carabinieri»

LIVORNO. «Il mio primo giorno di lavoro è stato un incubo. Mi hanno obbligata a salire in una macchina, ero con tre sconosciuti. Non sapevo dove mi avrebbero portata e cosa avrei fatto. Mi hanno trasportata per 50 chilometri e ho iniziato a chiedere di riportarmi indietro. Ma loro non si fermavano e mi hanno strappato il telefono dalle mani quando ho provato a chiamare mia figlia. Praticamente mi avevano sequestrata, non potevo scendere dalla macchina. Dovevo vendere contratti di luce, acqua e gas altrimenti non sarei tornata a casa prima di sera. A un semaforo, approfittando del fatto che l’auto si era fermata, sono scesa al volo in mezzo alla strada e da lì sono corsa verso la stazione dei carabinieri».

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MUSICA A PALLA AL COLLOQUIO

Giovanna è una donna di 58 anni. Vive vicino a Livorno e vuole restare anonima perché l’esperienza vissuta è di quelle che l’hanno segnata. È una mamma ancora oggi in cerca di lavoro. Due anni fa risponde a un annuncio pubblicato su internet. “Azienda con sede a Livorno offre un posto di lavoro come segretaria”. Viene contattata poco dopo per un colloquio con il solito copione di quello raccontato dal Tirreno, quando ci siamo presentati per un posto da magazziniere in via Leopardi, 18 nella zona del Picchianti a Livorno. Salvo poi essere spediti a fare vendita porta a porta.

«Sono stata convocata in piazza XI maggio e, una volta entrata in ufficio, ho dovuto riempire un modulo, non mi è stato chiesto neppure il curriculum – racconta la donna che vive in provincia di Livorno –. All’interno c’era la musica a tutto volume, praticamente era impossibile parlare con le persone che erano in stanza con me».

Una delle tecniche utilizzata dalle società che pubblicano annunci-truffa è proprio questa: impedire alle persone di parlarsi. Non ci deve essere scambio di informazioni, idee, consigli. Non si domanda, si esegue senza parlare. «Alla fine parlo con un uomo che si è presentato come capo area. E mi ha confermato che il lavoro doveva essere di segreteria».

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IL SEQUESTRO DI PERSONA

Giovanna viene convocata il giorno successivo per la giornata di prova. Altro elemento comune a tutti gli annunci truffa. Una giornata ovviamente senza nessun contratto firmato e senza nessuna garanzia. Nemmeno una parola sul tipo per il lavoro che si andrà a svolgere. «Mi dicono di salire in auto con tre persone, mai viste prima, perché per capire il tipo di lavoro dovevo andare in giro – racconta la donna –. Io non volevo andare ma per convincermi mi hanno detto che si saremmo spostati di un paio di chilometri, sempre su Livorno, per raggiungere un’altra sede».

L’auto, con a bordo due uomini e una donna tra i 25 e i 30 anni, parte e imbocca la Fi-Pi-Li in direzione Firenze. «Ho iniziato subito a chiedere dove stavamo andando e queste persone sembravano non sentirmi». Giovanna insiste, non vuole andare con loro. Anzi, vuole tornare indietro. «Non ti portiamo indietro, dobbiamo fare la nostra giornata di lavoro e anche tu devi vendere i contratti. Poi alle 18 incontriamo un nostro responsabile a Firenze». La risposta dei tre sconosciuti fa allarmare ancora di più Giovanna. Che inizia a chiedere con insistenza di scendere. Prova anche a prendere il telefono per chiamare la figlia. «Mi è stato praticamente strappato di mano anche se restituito dopo aver minacciato di denunciare tutti. A quel punto ho capito che dovevo scendere in un modo o nell’altro».

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LA FUGA AL SEMAFORO

Giovanna deve liberarsi di quella opportunità di lavoro si è trasformata in un incubo. «Ci siamo fermati a San Romano, i due uomini sono scesi a suonare dei campanelli provando a vendere o cambiare dei contratti, principalmente a delle persone anziani – ricorda la donna –. Io sono rimasta in auto “sorvegliata” dalla ragazza. A quel punto ho capito di dover sfruttare la prima occasione unica per scappare». Da San Romano l’auto riparte ma non imbocca la Fi-Pi-Li ma prosegue sulla strada statale 67 sempre verso Firenze. «A un semaforo rosso mi sono letteralmente gettata fuori dalla macchina e ho iniziato a correre – racconta Giovanna –. Ho scoperto di essere a San Miniato, dopo 50 chilometri in macchina e più di un’ora di quello che era un vero e proprio sequestro di persona. Prima ancora di telefonare a mia figlia sono andata dai carabinieri».

IL TENTATIVO DI DENUNCIA

La donna si fa registrare e racconta quanto appena vissuto. «Il carabiniere di turno ha preso i miei dati e mi ha registrato, ma mi ha detto che essendo adulta e salita di mia spontanea volontà su quella macchina non ravvisava gli estremi per una denuncia – racconta ancora Giovanna –. I carabinieri si sono offerti di riportarmi alla stazione nel caso volessi tornare a casa, ma non avendo i soldi ho atteso mia figlia». Una giornata di lavoro con sequestro o soldi di benzina spesi. La paura e la beffa. «Il problema è che questa società mette ancora annunci su internet. Utilizzando un nome diverso ma dando sempre appuntamenti in vari uffici della città».

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