La guerra del pane in Toscana: «Senza ferie, pausa pranzo e diritti: ecco la vita di un fornaio pakistano»

di Alessandro Bientinesi

Riaz Moshin è uno degli operai che guida la protesta a Prato. «Un errore e riceviamo una lettera, alla terza siamo licenziati»

PRATO. Riaz Moshin non ha neppure 23 anni quando decide di partire dal Pakistan. Sta per lasciare tutto: una fidanzata che diventerà sua moglie, la famiglia. Insegue il sogno di un lavoro e uno stipendio che gli permettano, un giorno, di unirsi nuovamente alla sua compagna. Un mese di viaggio: Afghanistan, Iran, Turchia e Grecia via terra. Poi in nave fino in Italia. E l’arrivo a Prato. Dove lavora come bracciante per un mese.

«Poi ho iniziato a fare il fornaio. Ci ho messo sei mesi per imparare a fare l’impasto. È la cosa più difficile e importante». Ci dice con orgoglio mentre lo incontriamo a Prato. Sono passati sei anni dal viaggio della speranza. Ma appena poche ore dall’intervento della polizia alla sede del Panificio Toscano, dove Riaz lavora con buona parte degli oltre 100 dipendenti, molti stranieri, della Cooperativa Giano. Sul braccio ha ancora i lividi. Ha preso anche un colpo al collo e un pugno quando gli agenti della questura hanno deciso di spostare di peso lui e i colleghi. «Non ho paura per i lividi che mi ha fatto la polizia mentre protestavo di fronte al panificio. Non ho neanche paura di perdere il lavoro, come successo a due miei colleghi solo per aver rilasciato un’intervista. Ma dopo tanti anni ho imparato a leggere l’italiano e so quali sono i miei diritti. E darò battaglia fino a che non saranno rispettati».



Riaz non alza mai la voce. Parla bene l’italiano e ci racconta nei minimi dettagli la vita all’interno dello stabilimento di Prato. Tra i forni dai quali escono i prodotti che riforniscono ogni giorno, insieme alla sede di Collesalvetti, in provincia di Livorno, gli scaffali di Unicoop Firenze. «Noi prendiamo ogni giorno ordini da Mauro Rossi Fortunati, il presidente di Panificio Toscano, tutti i giorni è qua. Anche se non siamo suoi dipendenti, ma della Coop Giano. La situazione, per me e altri iscritti al Sì Cobas è peggiorata dopo che abbiamo iniziato a chiedere di riconoscerci una serie di diritti».



La vecchia cooperativa Panjob, che aveva l’appalto con Panificio Toscano, nel 2017 entra in crisi. Non avrebbe pagato per mesi gli stipendi dei lavoratori e chiude. Ferie, Tfr, contributi vanno persi. Subentra nell’appalto, e anche nell’assunzione di oltre 70 lavoratori, la Cooperativa Giano. «In realtà è il Panificio Toscano che, pur avendo solo 16 dipendenti amministrativi, crea queste cooperative che poi assumono la forza lavoro – spiega Riaz –. Io sono stato costretto a firmare il nuovo contratto di lavoro rinunciando all’anzianità e a ciò che mi spettava dalla coop Panjob. Non avevo alternative, ma a quel punto ho deciso di cambiare sindacato. Non volevo andare con la Uil, sigla “caldeggiata” anche da azienda e cooperativa, e ho scelto Sì Cobas».



Le proteste si fanno più dure. In particolare dopo il licenziamento di due lavoratori pakistani, legati a Cobas, che hanno rilasciato interviste nel giugno scorso. «Anche al lavoro la situazione è peggiorata per noi – racconta ancora Riaz –. Ci vengono dati i turni peggiori, non abbiamo in 8 ore di lavoro una pausa pranzo. E se qualcuno di noi del Sì Cobas fa anche un minimo errore riceviamo una lettera di protesta. Alla terza rischiamo il licenziamento». Riaz dopo 6 anni avrebbe maturato uno scatto di anzianità che dalle 1200 euro lorde lo farebbe salire a oltre 1400. «Non è solo una questione salariale – spiega il giovane pakistano –. A inizio 2017 avevo maturato delle ferie con la coop Panjob. Poi sono dovuto passare con Giano. Ma a ottobre avevo programmato di tornare in Pakistan per vedere la mia famiglia e mia moglie. Sono andato e al mio ritorno la busta paga era di 54 euro. Ci dicono che è tutto legale, ma allora perché non ci assume direttamente il Panificio Toscano?». —