Roger, “sana abitudine” che unisce generazioni e apre la strada ai ricordi

di Tommaso Silvi

Franco a 60 anni festeggia la pensione col primo concerto di uno del “Prisma” Da Genova arrivano padre e figli, Roberto e gli amici avverano il loro sogno

LUCCA

Gli occhi socchiusi, le cuffie negli orecchi, la testa in direzione del sole, che evidenzia la fronte imperlata di sudore. Un tatuaggio sul braccio, le maniche della maglietta arrotolate fino a renderla una canottiera. «Sono qui dalle 10. La stanchezza? Oggi per me non esiste».

Compirà sessant’anni a ottobre, ma per un giorno lo spirito torna quello di un ragazzino. Di quell’adolescente che, chiuso nella sua cameretta, sognava sulle note di una musica speciale. «Elettronica mischiata allo stile dell’epoca, una vera bomba. I Pink Floyd erano e rimangono un altro pianeta rispetto a tutti gli altri».

Ore 15. Viale Cavour. Uno degli accessi al concertone di Roger Waters, ex leader dei Pink Floyd. Mancano sei ore e mezzo alla realizzazione di una vita per Franco, di Montecatini, ex dipendente in una ditta di infissi. «A causa del mio lavoro non sono mai riuscito a farmi un concerto dei Pink. Nel novembre scorso sono andato in pensione, e ora non me n». Franco non vede l’ora di alzare le mani al cielo e proseguire il suo viaggio all’indietro nel tempo, ma senza cuffie.

Al suo fianco l’amico Carmelo, 52 anni. Un’amicizia nel segno del “Prisma” più famoso del mondo.

«Ricordo del concerto di Venezia, nel 1989. Una folla pazzesca, con i miei genitori infuriati perché avevano paura che potesse succedermi qualcosa», racconta Carmelo, mentre dall’inizio della strada irrompe un gruppo di giovani. Sono carichi a mille. Passo spedito, uno di loro estrae la classica “fascetta” dallo zaino e se la lega a mo’di bandana.

«Siamo di Buti, tutti innamorati dei Pink Floyd. Volevamo andare a sentire David Gilmour (storico chitarrista del gruppo, ndr)a luglio di due anni fa a Pompei, ma i prezzi erano improponibili». A parlare è Roberto, magazziniere, che si è preso mezza giornata di permesso da lavoro per essere a Lucca. Da quello che lui definisce «l’anima dei Pink Floyd. La mente, il cuore e anche la voce, che ricordo risuonare in casa quando ero piccolo e i Pink Floyd li ascoltava il mio babbo. Sono cresciuto con Waters». Due passi verso le mura e spuntano ancora magliette con la stampa degli inconfondibili fasci di luce colorati, simbolo non solo di un gruppo musicale, ma di un’era, di uno stato d’animo, di una filosofia di vita. E al merchandising c’è chi preferisce il “fai da te”. Giovanni, Fabio e Elena.

Il padre con i suoi due figli. Partiti in mattinata da Genova. «La mamma è lavorare e noi siamo venuti a sentirci Roger Waters».

Ridono, si abbracciano, l’euforia accende i loro volti. «La maglietta l’ho fatta io» spiega Elena, indicando i martelli che si incrociano sotto alla scritta “The wall”, titolo del film “Pink Floyd – The Wall”, che narra in chiave fantasmagorica la vita di Pink, l’immaginario protagonista che ricalca le vicissitudini vissute da Roger Waters, segnato dalla morte del padre, ucciso sul fronte durante la seconda guerra mondiale. «Non potevo non portarli da Roger – chiude il papà – devono imparare le sane abitudini». —