Rapina tragica, il bandito al magistrato: «Ho risposto ai proiettili solo per difendermi»

di Pietro Barghigiani

Pisa: «Non ho sparato per primo, mi sono protetto». L’avvocato contesta il tentato omicidio: «Dinamica con tanti punti da chiarire

PISA. Non nega più, come aveva fatto dopo il fermo, di essere lui il rapinatore che nelle immagini si vede impugnare una pistola dentro la gioielleria. Quello che ora rifiuta è l’accusa di aver usato l’arma per primo e soprattutto per uccidere. «Ho sparato per proteggermi e non ho premuto il grilletto per primo» ha fatto mettere a verbale Gabriele Kiflè, 31 anni, di Aprilia, arrestato il 18 luglio con altri due complici per la rapina alla gioielleria Ferretti del 13 giugno in cui morì uno dei banditi, Simone Bernardi, 43 anni, anche lui proveniente dalla stessa città laziale. Raggiunto da due colpi esplosi dal titolare, Daniele Ferretti arrivato dal retro in soccorso della moglie minacciata dal 31enne con una pistola. Assistito dall’avvocato Alessia Vita, Kiflè, ancora detenuto nel carcere di Latina, ha dato la sua versione dei fatti nel corso dell’interrogatorio con il sostituto procuratore Paola Rizzo, titolare dell’inchiesta. Ha chiesto di essere sentito per spiegare quello che contesta nella ricostruzione della Procura.

«Kiflè ha fornito la sua versione su quello che è accaduto all’interno del negozio – spiega il legale –. La dinamica è diversa rispetto alle accuse. Dobbiamo, comunque, aspettare la perizia balistica che ancora non c’è». Il 31enne di Aprilia in concorso con Daniele Masi, 39 anni, di Pomezia e Marco Carciati, 43 anni di Pisa è accusato di tentato omicidio, rapinata aggravata, ricettazione e porto abusivo di arma da sparo. Carciati prima al procuratore capo Alessandro Crini e poi in una lettera al Tirreno ha ammesso le sue responsabilità («ho ideato io la rapina, ho fatto i sopralluoghi con Bernardi, rubato l’auto e la pistola è mia»), ma ha sottolineato di non aver tirato in ballo altre persone. Anzi, ha ribadito l’estraneità di Masi dal colpo. Il rovello posto dalla difesa di Kiflè alla Procura si basa su cronologia e finalità degli spari. «Chi ha sparato per primo e qual era l’intento – aggiunge l’avvocato Vita –. Una cosa è sparare per proteggersi dai proiettili, un’altra è colpire per uccidere. Sull’accusa di tentato omicidio ci sono parecchi punti oscuri che vanno chiariti. Kiflè non ha sparato per primo e ha risposto per difendersi». Tre colpi sparati senza raggiungere la coppia. Era a viso scoperto e le immagini non lascerebbero margini nell’identikit che fa di lui lo sparatore. Agli atti ci sono i fotogrammi acquisiti dai carabinieri del nucleo investigativo all’interno del circolo ai Passi e anche i riconoscimenti fotografici di un testimone e della commerciante minacciata. Non può dire che non era lui il rapinatore, ma il bandito di Aprilia respinge la ricostruzione degli inquirenti che lo accusano di aver tentato di uccidere Daniele Ferretti.