«È il momento del comune unico di area»

di Francesco Loi

Bracci Torsi: serve una gestione complessiva per affrontare i principali problemi in campo

PISA. «La città è cambiata. E tutto sommato si è evoluta. Sono stati compiuti tanti interventi, molti dei quali utili, ma si è proceduto un poco “a spot”. L’impressione infatti è che manchi un progetto generale che risponda alla domanda: dove vuole andare Pisa?».

Dal suo ufficio al quinto piano dell’edificio di palazzo di Toselli, sede della Fondazione Palazzo Blu, il presidente Cosimo Bracci Torsi guarda l’orizzonte e parla fuori dagli schemi. Un osservatorio privilegiato e libero.

A poca distanza, la mostra “Pisa at work” tra Logge di Banchi e Palazzo Gambacorti racconta dieci anni di cambiamenti della città e del suo territorio. «Molti problemi non dipendono solo dai pisani e dall’amministrazione locale, ma dal quadro regionale o nazionale. Eppure qualcosa si dovrà fare», sottolinea in premessa Bracci Torsi.

Il punto di partenza del suo ragionamento su Pisa tra passato, presente e futuro è che «questa è una città di pendolarismo fortissimo, attratto dai grandi servizi, a cominciare dalle università e dalle strutture ospedaliere. Il complesso dei trasporti però non facilita integrazione e fruizione. Non esiste un sistema di collegamento ferroviario coordinato Pisa-Lucca-Livorno, comprendendo anche centri importanti come Viareggio e Pontedera. E non ci sono trasferimenti veloci Pisa-Firenze-Prato. Questi sono i due veri poli della Toscana. A sud dell’Arno almeno abbiamo la ferrovia, che pure dovrebbe essere migliorata. A nord è peggio. L’essere oggetto di pendolarismo spinto è condizionante per Pisa. Ma la Regione preferisce fare un altro aeroporto a Firenze piuttosto che migliorare le comunicazioni ferroviarie in generale e tra capoluogo e costa».

Anche su altri aspetti, come quelli urbanistici, la questione centrale è fare sistema. «Il Comune di Pisa - riprende Bracci Torsi - non è più l’ente che da solo può risolvere i problemi dell’intera area pisana. Facciano un comune unico o un altro ente che preferiscono, ma lo facciano. I pisani stanno anche a Cascina, San Giuliano, Calci. Invece si mettono etichette o “passaporti amministrativi” tra una località e l’altra. Prima intorno a Pisa c’era la campagna che connotava le differenze. Oggi c’è una continuità urbana, ma la famosa tangenziale di nord-est si progetta solo a tratti. È sempre più necessaria dunque una razionalità di gestione complessiva dell’area. Questo è molto più importante per Pisa che per Lucca, che è tutt’altra realtà, non avendo la nostra città veri confini naturali».

Per il presidente della Fondazione Palazzo Blu, «Pisa negli ultimi quindici anni si è mossa più che in precedenza. Ma con interventi che non sembrano aver sempre risposto ad un disegno generale. Pisa è una città di servizi qualificati e con alte professionalità. Questa base di servizi culturali dovrebbe essere il terreno migliore per uno sviluppo dell’industria avanzata. In questo per ora si distingue la farmaceutica e poco altro. Si dovrebbe fare di più per spingere gli spin-off che utilizzano le migliori energie prodotte dai centri accademici. È un compito delle Università, ma anche la città ha il suo ruolo da svolgere per offrire una migliore qualità della vita, se vuole diventare attraente sul modello dei centri della Silicon Valley. E pensare che avrebbe tanti vantaggi naturali da sfruttare, come il clima, il mare a poca distanza e la facilità di collegamenti».

Il punto dunque è un altro. Richiama la lotta al degrado e la ricerca della qualità urbana. «Se si vuole attrarre “manodopera intellettuale», quella dell’industria avanzata, è questa la strada da seguire: sono persone che magari vogliono sentire una prosa decente o un concerto di livello», dice Bracci Torsi. Che invita intanto a ripensare alcune “certezze” della città: «Piazza del Duomo dovrebbe essere la porta della città, invece è un ghetto, chiusa in se stessa. Non induce a muoversi per vedere il resto: bancarelle e tavolini all’aperto sembrano fare da barricata. Piazza dei Cavalieri sarebbe un altro punto di richiamo anche per tutto quello che ha negli edifici che la circondano, dalla chiesa alle strutture della Scuola Normale, che pure potrebbero essere più aperte, anche se in maniera ovviamente organizzata. Per non parlare del museo di San Matteo. Ci sono andato di recente, sembra un museo di cinquant’anni fa».

Ancora sulla “chiusura” di Piazza del Duomo: «Come Palazzo Blu abbiamo convenzioni con varie realtà, però da Piazza del Duomo sono poche le persone che vengono anche da noi. Sembriamo due mondi diversi».

Ulteriore aspetto critico, nella ricerca della qualità, è quello relativo all’offerta commerciale: «A passare dal tratto dei lungarni tra piazza della Berlina e piazza Garibaldi, alcune sere c’è da inorridire. Certe tipicità pisane sono sparite. Ma la manutenzione urbana significa anche agevolare un certo livello di insediamenti commerciali. Piazza delle Vettovaglie potrebbe essere un salotto. In Bretagna ci sono tanti esempi di come si recupera un centro storico». Un compito assai complesso attende quello che sarà il nuovo sindaco: «Gli suggerirei di concentrarsi su poche, ma essenziali cose: sviluppo di un’industria avanzata e dei servizi, turismo-cultura e conseguentemente un innalzamento dei livelli di vivibilità. Recuperi come le mura sono stati molto positivi, importante però è sapere cosa farne. E poi un People Mover che va alla stazione e basta a cosa serve?».

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