Elezioni a Pisa: la rabbia del Cep, l’ex oasi rossa ora tifa Salvini

di Mario Neri

Nei quartieri in cui la sinistra vinceva con l’80% la Lega ha stravolto la geografia politica della città

PISA. No, non azzardatevi. Non piazzatevi al tavolo di un bar pronunciando quella frase. «C’era una volta il Cep, si sono estinti i rossi». Noi l’abbiamo appena fatto e Monica, Giada, la signora Elisa Sbrana, 83 anni e il bastone che inciampa ad ogni metro sui marciapiedi pieni di buche, sono tutte saltate su con un ruggito. Lo stesso arrivato dalle sezioni domenica notte, quello con cui la Lega s’è presa il fortino della sinistra sotto la Torre schizzando al 40%, un quartiere una storia che adesso il sovranismo rischia di azzerare. «Noi siamo comuniste, perdio», si inalbera la signora Elisa. «Io mettevo le coccarde alla festa dell’Unità, che crede!», guata e scruta con occhi giaguari Monica. «Ma tutta la vita Salvini, almeno fa quello che dice. Avete visto con i porti! Almeno loro ci ascoltano», si libera Giada. La rabbia e l’orgoglio. «Ci chiede perché cavolo votiamo Lega? Ecco, glielo dico io. Lo vede quel palazzo, con i pannelli fotovoltaici. Cade a pezzi, gli ascensori sono fermi da mesi, avremmo bisogno di giardini curati per i bambini, luci per non morire di paura la notte, ma niente, l’unico che si è fatto vivo è uno dei loro, un leghista».

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Sì, sembra quasi un paradosso ma nessuno al Cep con la memoria va oltre il Pci e la Bolognina; la filiera Pds-Ds-Pd, le mutazioni genetiche subite dal partito sono state rimosse, le vittorie bulgare con l’80% dimenticate. «Negli ultimi 20 anni di governo della città ci hanno tolto l’identità: i campini distrutti per costruire un palazzone sovietico di alloggi in cui abita un solo italiano, ci hanno tolto la palestra sotto la Conad e ora i giovani ciondolano in giro, ci hanno tolto la magistratura del Gioco del Ponte, avevamo chiesto che l’ex Polveriera diventasse un centro di aggregazione, oggi è un centro migranti. Devo andare avanti?», chiede Giovanni Paolo Seghedoni.

Insomma, il Cep è «il prototipo delle periferie arrabbiate da cui lo tsunami iconoclasta monta da tempo», dice Sergio Cortopassi, ex sindaco socialista nei primi anni ’90 che al Cep ci vive, «non mi stupisce che sia andata così». Qui il No al referendum renziano vinse col 52%, qui è esploso il M5S alle politiche prima di precipitare di nuovo, qui il governismo carnivoro anti-sbarchi di Salvini, i volantini «No mochea», i post a raffica delle truppe di Susanna Ceccardi contro rom e degrado hanno scavato voto dopo voto. «Arrivi alla stazione o in questo palazzo e non sai se sei nella città della Torre o a Tunisi», dice Alessio Ferrante, guardia giurata e unico italiano fra i residenti dell’ultimo edificio costruito dalla spa dell’edilizia pubblica lungo l’Arno. Il resto? Marocchini, tunisini, albanesi, alcuni anche figli di seconda generazione. «Brave persone, lavorano tutti, per carità, ma così si penalizzano gli italiani», continua Ferrante. Chi ci abita spiega così il boomdi Michele Conti. Il candidato del centrodestra ha raccolto 555 voti e Andrea Serfogli, l’ex assessore Pd che il Pd non voleva, appena 499. I dem confidano in un rigurgito della sinistra 5 Stelle e della sinistra-sinistra, e che di fronte allo spettro «reazionario» al ballottaggio quell'elettorato si turi il naso col voto utile. Una chiamata alla responsabilità proverà a farla anche Paolo Gentiloni, che a Pisa arriverà giovedì 21. Ma potrebbe essere un buco nell’acqua.

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Il Cep non è l’unica periferia caduta. Sono dominio verde tutte le (ex) oasi rosse: Riglione, Putignano, Sant’Ermete. I centri sociali, i duri e puri dell’antagonismo, hanno già lanciato un invito all’astensione. «Sa che in questi anni io Filippeschi credo di averlo visto due volte. Due - sbotta Luciano Dati - E certo che sono comunista, sì, anche se ho votato 5 Stelle. Mai con la Lega, ma piuttosto che il Pd il 24 resto a casa». È così ogni giorno al Bimbo bar, il caffè all’angolo fra via Michelangelo e via Raffaello Sanzio, il cardo e il decumano di questo quartiere cresciuto con i piani Ina Casa e Unrra Casa del democristiano ministro Giuseppe Togni fra la fine degli anni ’50 e l’inizio dei ’60, il crocevia di quella che un tempo era una enclave della base, oggi propaggine geografica e sociale in cui la linea rossa s’è spezzata, un rifugio per pensionati, disoccupati, ex operai o ragazzi non più tanto ragazzi che un lavoro non l’hanno mai trovato.

I «forgotten» li chiamò Trump, gli «sciagattati», sbotta Mario Ceccarelli. «Tipo lui, lo vedi lui - grida e indica un uomo sulla strada - Vive in una roulotte, ed è un pisano doc, un’anima del Cep. Lui e sua madre li hanno sbattuti fuori di casa, agli immigrati invece gliela danno». O magari gli «smarriti» come Cristian, 30 anni e nessun orizzonte, se non le riunioni nel centro autogestito. «Qui i fondi pubblici metà sono sfitti, la crisi ha picchiato duro. Per un po’ abbiamo chiesto uno spazio, poi abbiamo occupato». Lo hanno chiamato “Il nostro quartiere Cep”. Sulla serranda una stella rossa. Intorno, sotto le volte dei pini, muri rossi ricoperti di crepe ammuffite, imbrattati da writer annoiati e infelici, le strade riempite di buche e bitorzoli di asfalto e radici. E pensare che al Cep basterebbe poco per rinascere, pensare che doveva essere il marchio delle luminose sorti progressive, irrompere nel campo visivo di chi percorreva la strada lungo l’Arno verso mare o di chi rientrava la sera a Barbaricina, il quartiere delle ville a due campi di tarassaco più in là, quello della upper class che sperperava la ricchezza la domenica all’ippodromo di San Rossore.

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Qui Lotta Continua organizzava i "mercati rossi", «andavamo a comprare i pomodori dai contadini a Pontasserchio e si rivendevanno alla gente povera a due lire. Ci venivano Sofri e D'Alema», ricorda Seghedoni. Era il '68, anche se al Cep il ribellismo pisano che ribolliva nelle università era mitigato dalla cultura dei Salesiani. «I padri Salesiani facevano scuola ai figli del quartiere, organizzavano cineforum, sono stati il motore etico e culturale di questo villaggio, poi se ne sono andati». Il primo strappo nella rete, sono convinti qui. Ma l'alluvione civica è arrivata con l'estinzione del partito. Anche se nessuno ha chiaro quando e chi abbia premuto l'interruttore dell'emorragia di voti e fiducia. 

Al Cep «la gente delle baracche e dei tuguri venne trasferita dalla città - racconta Maurizio Pallavicini, presidente del circolo Arci che qui è anche circolo Pd - per darle un’occasione di riscatto. Che ci fu perché il partito ti stava vicino. Si andava nelle case, magari si prendevano i rimbrotti, ma tentavamo di risolvere i problemi. Ora quello che dovremmo fare noi lo lasciamo alla Lega. Noi che dovremmo difendere i deboli, raccontiamo il fantastico mondo renziano. Per questo non ho ripreso la tessera». E, nonostante i tonfi e le scoppole, nessuno sembra aver imparato la lezione. Sull’asfalto ogni tanto sbuca un volantino sgualcito. Sullo sfondo piazza dei Miracoli, e sotto una scritta: «Pisa è così bella che non merita improvvisazione e pagliacciate». Lo storytelling della Torre, delle meraviglie pisane. Qui, dove montano la rabbia e l’orgoglio. Qui, al Cep.