Caso Scieri, l’affondo del superteste: «Antico ci picchiava durante le flessioni»

di Pietro Barghigiani

L’ex caporale della Folgore, ancora nell’esercito, ieri non si è presentato in Procura. Anche lui come gli altri due indagati ha preferito per ora non rispondere al magistrato

PISA. Un fax inviato in Procura dall’avvocato per informare il pm che il suo cliente non si sarebbe presentato all’interrogatorio previsto per ieri pomeriggio.

È bastata una comunicazione sintetizzata in un foglio per acquisire agli atti anche per il terzo indagato la facoltà di avvalersi di non rispondere al magistrato che ha indagato tre ex commilitoni di Emanuele Scieri con l’accusa di omicidio volontario in concorso.

Andrea Antico, 39enne originario di Casarano (in provincia di Lecce) sottufficiale dell'esercito tuttora in servizio al reggimento settimo Vega dell’esercito a Rimini e anche consigliere comunale (eletto nel 2016) in una lista civica a Montescudo-Monte Colombo nel Riminese, non è andato in Procura dove era stato convocato dal sostituto procuratore Sisto Restuccia. Si è presentato lunedì, ma è rimasto in silenzio Luigi Zabara, assistito dall’avvocato Andrea Di Giuliomaria.

A chi lo ha avvicinato dal giorno in cui ha saputo di essere indagato, Antico ha risposto che lui quella sera del 13 agosto 1999 era in licenza. Non poteva essere alla Gamerra. Una versione che un teste, sentito anche all’epoca, smentisce riferendo di aver visto Panella, Antico e Zabara molto preoccupati e sentirli dire «l’abbiamo fatta grossa, come lo spieghiamo al colonnello”. Dopo averlo informato dell’avviso di garanzia, gli hanno sequestrato del materiale informatico. Antico, assistito dall’avvocato Massimo Cerbari, nell’inchiesta della commissione parlamentare viene spesso associato alle incursioni di Alessandro Panella nei confronti delle reclute del Capar. Un sodale di Panella, la cui definizione, secondo quanto riferito da un militare davanti ai magistrati, era quella dello “scemo del villaggio” per il suo modo di atteggiarsi.

«La stessa sera del nostro arrivo – aveva riferito alla commissione d’inchiesta il grande accusatore che ora vive all’estero – dopo il contrappello, è venuto nella nostra camerata il caporale Panella. È venuto solo e con tono minaccioso ha detto che dovevamo dormire solo dopo che si addormentavano gli anziani. Dopo il contrappello, fino alle quattro del mattino circa, ci ha impedito di addormentarci ordinandoci di fare flessioni e dandoci qualche schiaffo. Tutti i componenti della mia camerata hanno subito tali atti di seguito, tutti i giorni, prevalentemente la notte, prima dell’alzabandiera e, dopo il contrappello il Panella, insieme al caporale Antico, costantemente ci ordinava di andare a terra e di fare le flessioni. Ricevevamo dai due caporali pugni sui muscoli dorsali, cosiddetta bicicletta che consiste nel dare una serie di pugni in rapida successione con entrambe le mani, nonché botte a mano aperta sulle spalle. Verso fine giugno, un pomeriggio a me e ad un altro militare, i caporali Antico, Panella e un terzo che non ricordo, ci hanno tappato la bocca con le mani e ci hanno fatto odorare il contenuto di una bottiglietta che emetteva una sostanza molto maleodorante, a seguito del quale abbiamo vomitato». Si trattava della famosa comunione – un intruglio di escrementi umani, – atto di nonnismo ammesso anche dal generale Enrico Celentano in commissione. —