Studentessa minacciata sui social: "Fai schifo, ammazzati"

di Samuele Bartolini

La storia dell'adolescente che frequenta una scuola media superiore di Prato è emersa grazie a una ricerca dell'Osservatorio nazionale abusi psicologici. Molti ragazzi sono inconsapevoli dei danni che provocano

PRATO. “Fai schifo! Ammazzati!”. Questa è la storia del bullo vicino di banco. E' la storia di Serena che una mattina scoppia a piangere. Un'esplosione di lacrime durante le ore di lezione in classe. Uno sfogo liberatorio davanti agli adulti, davanti ai compagni di scuola. Serena – il nome di fantasia – non è riuscita a trattenere le lacrime quando si sono presentati in classe i funzionari del Centro di giustizia minorile. Erano venuti a cercare “i suoi aguzzini del web”. Quella di Serena è una delle tante storie di abusi sul web venute alla luce alla conferenza stampa sul cyberbullismo indetta a Palazzo Vecchio a cui hanno partecipato anche gli esperti dell’Osservatorio nazionale abusi psicologici che hanno presentato i risultati di una ricerca specifica.

La storia di Serena. Nelle chat volavano minacce pesanti. Offese su Facebook e su Whatsapp. Serena è finita nel vortice del cyberbullismo e gli insegnanti hanno finito per segnalare il caso alle autorità. E’ una studentessa adolescente di un istituto superiore di Prato. Va a scuola tutti i giorni, guarda "Amici" di Maria De Filippi, passa le ore a “spippolare” col cellulare. Tutto normale all'apparenza. Ma c'è il bullo della classe che la molesta online. Che poi diventano due, tre, quattro bulli. Tutti ragazzetti che in rete si trasformano in mostri di parolacce e reati penalmente perseguibili. Serena è tormentata, non racconta niente a nessuno, si tiene tutto nel cuore. Non le riesce di sfogarsi con i genitori, non le riesce di parlarne con i professori. Troppa paura nei confronti del gruppo di amichetti che magari la prenderebbero in giro, la escluderebbero dalle amicizie sui social. Finché la situazione diventa insostenibile. Qualche docente lo viene a sapere e viene allertato il Centro giustizia minorile. Purtroppo non è un caso isolato quello di Serena. Il fenomeno del cyberbullismo è molto più diffuso di quanto si pensi. Non ci sono statistiche dettagliate, sicuro però che ci sia almeno un caso di cyberbullismo per ogni classe della Toscana. C'è chi prova comunque a mettere in fila i numeri di questo fenomeno.

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Il bullismo come abitudine. La ricerca Onap, condotta tra il febbraio e il giugno del 2016, ha coinvolto 1.565 studenti dai 10 ai 19 anni, di 22 istituti scolastici delle province di Pistoia e Firenze (e non anche di Prato come indicato in precedenza). Alla domanda “Se hai offeso qualcuno in rete o se tu offendessi sarebbe un problema?”, il 47% dei maschi e il 66% delle femmine dichiara di non aver mai offeso nessuno. Mentre per il 20% dei maschi e il 46% delle femmine dichiara non è un problema perché “No, non è nulla di serio, è solo uno scherzo”. Alla domanda invece“Se hai offeso, perché lo hai fatto?”, nel 9% dei casi, sia rispetto ai maschi che alle femmine, la risposta è “per vendetta”; seguita da “per rabbia” per il 3% del campione femminile ed il 5% di quello maschile; infine è “per scherzo” rispettivamente per il 5% delle femmine e per il 6% dei maschi. Sembra tutto filare liscio nelle risposte dei ragazzi ma «in realtà – commenta la vicepresidente Onap Claudia Del Re - gli adolescenti sono il più delle volte inconsapevoli dei reati a cui vanno incontro e sono soliti replicare sul web le loro dinamiche relazionali nella vita offline, compreso l'uso dell'insulto». «E spesso i genitori - dice la funzionaria Enrica Pini - non sanno come affrontare il fenomeno del cyberbullismo. Non sanno interpretare, in maniera preventiva, i disagi del figlio adolescente».