LA STORIA RITROVATA

Quando il Duce voleva lavorare alla Normale come traduttore

di Carlo Venturini

Pisa, tornano alla luce le lettere dell’archivio mazziniano rimaste chiuse nei magazzini di una ditta di traslochi. Mussolini si proponeva in virtù della conoscenza della lingua tedesca. E Garibaldi scriveva lamentandosi per la mancata consegna delle camicie rosse

PISA. Benito Mussolini traduttore per sbarcare il lunario, la mamma di Mazzini patriota più del figlio, e Giuseppe Garibaldi preoccupato per il mancato recapito di alcune camicie rosse.

Sono alcune delle perle epistolari salvate e riconsegnate al pubblico dal Ministero dei beni culturali (Mibact) e dalla Scuola Superiore Normale. Sono migliaia le lettere e i documenti che segnano la storia del Risorgimento italiano e non solo, che fanno parte dell’archivio della Domus Mazziniana – la casa nel quartiere Sant’Antonio a Pisa dove soggiornò e morì il 10 marzo 1872 il padre della Patria Giuseppe Mazzini – inaugurata da due Presidenti della Repubblica (Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella) ed oggi chiusa.

I documenti erano custoditi presso la ditta di traslochi Cmt di Perignano ma non erano consultabili dagli studiosi e dal pubblico. Le epistole per ora più interessanti sono quelle che rivelano un giovane e socialista Benito Mussolini a caccia spasmodica di un lavoro da traduttore dal tedesco all'italiano.

«Mussolini era fluente in tedesco, stava tra Lugano e Predappio – dice il presidente del centro archivistico della Normale, Daniele Menozzi –, ed era un accanito lettore di riviste del socialismo più spinto di matrice tedesca». Da qui, la corte sfegatata per alcune traduzioni, a un guru dell’editoria che era Arcangelo Ghisleri, giornalista, docente di lettere, amico di uno dei padri del socialismo italiano come Filippo Turati, e fondatore della rivista “Critica sociale”.

Mussolini scrive nel 1904 con premura e preoccupazione a Ghisleri: «Egregio professore, venerdì della settimana scorsa le ho spedito la trascrizione unitamente all’originale e una mia lettera. Non ho ricevuto notizie, né sì né no, se il manoscritto le è giunto. Favorisca rispondermi affinché, se trattasi di disguido postale o di abuso poliziesco alla frontiera (non è la prima volta), si possano fare le pratiche del caso. Nell’attesa di un suo cenno di riscontro, distintamente la saluto. Suo sempre, Benito Mussolini».

La storia rimette le cose apposto almeno per un po’ visto che il giovane “redattore traduttore” Mussolini, si prenderà la rivincita con Ghisleri che finì per scrivere sotto la direzione di Mussolini, per la rivista Popolo d'Italia. «Erano entrambi interventisti se pur con sfumature diverse e quando Mussolini diventò il duce comunque mantenne una certa riconoscenza verso Ghisleri che per ordine di Mussolini non ricevette mai alcuna repressione poliziesca».

La mamma di Giuseppe Mazzini, Maria, in una lettera al suo Giuseppe, dosa lucidamente le apprensioni di una madre con lo spirito unitario e patriottico che la pervadeva. «Maria scrive al figlio di non mollare e di perseverare nell’agitazione repubblicana», dice Menozzi.

Giuseppe Garibaldi nel 1867, scrive: «Caro Dolfi, ho dimandate alcune camice rosse alle signore Italiane incaricandole di inviarle a voi. Ditemi se non avete difficoltà di riceverle».

La lettera arriva dal fondo Giuseppe Dolfi che era un fornaio fiorentino usato da Garibaldi come trait d’union tra le élite intellettuali risorgimentali unitarie e il popolo. Altre perle archivistiche recuperate, riguardano le “patriottiche regole pedagogiche” dei bambini italiani, là dove spulciando nell’archivio della grande educatrice Matilde Calandrini si scopre che l’italiano doveva essere insegnato per prima cosa ai figli dei contadini più poveri così come la matematica. «In prima fila si sedevano gli alunni che non sapevano contare, in seconda fila chi sapeva fare le addizioni ed in ultima fila chi era bravo anche con le divisioni»: spiegano dalla Normale.

«Dopo anni di oblio – dice il direttore della Normale Vincenzo Barone – rendiamo questo patrimonio fruibile agli studiosi e agli appassionati».

La Normale ha accolto l'invito del Mibact a tutelare e valorizzare l’archivio della Domus dopo che era custodito dal 2012 presso un magazzino privato. Il direttore degli archivi del Mibact, Gino Famiglietti, precisa: «Nel momento in cui abbiamo saputo della giacenza di un materiale così importante e delicato in ambienti non consoni a questo tipo di conservazione, abbiamo disposto un deposito coattivo in un luogo che già ospitava archivi di assoluto pregio qui alla Scuola Normale».

Il ministero ha stanziato 150mila euro per l’archiviazione e digitalizzazione dell’ingente mole di documenti della Domus Mazziniana. Famiglietti rimane sbalordito sul fatto che buona parte di documenti del risorgimento italiano non fosse fruibile almeno dal 2011. «Si rischiava che la memoria andasse perduta»: precisa.

L’archivio della Domus fu infatti traslocato prima nella sede dell’archivio dell’Università di Pisa, a Montacchiello e dopo, nei primi mesi del 2012, in un magazzino della ditta di traslochi che aveva appunto ricevuto l’incarico dalla stessa Domus di spostare e custodire di nuovo il patrimonio archivistico.

L’archivio da oggi è dunque aperto al pubblico e consultabile dagli studiosi e dagli appassionati. Le visite avvengono attraverso la prenotazione che può essere fatta scrivendo a centroarchivistico@sns.it oppure telefondando al numero 050 509047.