Lars Von Trier da incubo spettatori in fuga dalla sala

di Beatrice Fiorentino

Urla, svenimenti e proteste per la storia del serial killer fra sangue e mutilazioni Ron Howard con “Solo” rilancia la saga di Star Wars. Grande attesa per Garrone

L’arrivo di Matteo Garrone a Cannes, in corsa per la Palma d’Oro con “Dogman”, è atteso tra poche ore. Nel frattempo, a rappresentare l’Italia sulla Croisette c’è Valeria Golino, con Riccardo Scamarcio e Valerio Mastandrea, protagonisti del secondo lungometraggio dell’attrice/regista, “Euforia”, presentato a Un Certain Regard, che nel 2013 ne aveva accolto anche il bel film d’esordio “Miele”.

Più vicino a un Ozpetek che all’aria cupa e arty del precedente film, qui si racconta la storia di Matteo e Ettore, fratelli diversi per temperamento, indole e stili di vita. Forse per questo, nel tempo, i due hanno preso strade differenti. Matteo (Scamarcio) è un affermato uomo d’affari e vive sempre al massimo tra sesso, droga e lusso; Ettore (Mastandrea) è più introverso, insegna alle medie e abita ancora nel paese d’origine. È un’inaspettata malattia a obbligarli a un riavvicinamento, ad affrontare un percorso a ostacoli che li porterà un po’ alla volta a riscoprirsi. Con questo film Golino completa una sorta di “dittico della morte”.

Se in “Miele”, ispirato al romanzo “Vi perdono” di Angela Del Fabbro (pseudonimo dello scrittore triestino Mauro Covacich), il personaggio interpretato da Jasmine Trinca donava morte ai pazienti terminali attraverso il suicidio assistito, qui, al contrario, il trapasso viene rimosso. “La morte è una superstar - afferma Golino - è la regina delle nostre paure. Difficile trovare un altro tema che abbia drammaturgicamente lo stesso peso. Sì, c’è qualcosa di speculare in “Miele” e in “Euforia” e forse l’ho sempre saputo, ma è una spinta dell’inconscio”. “Da tempo cercavo una storia per il mio secondo film, ma non riuscivo a trovare un’urgenza. Finché un giorno, l’atto magnanimo ma incongruo di un amico verso il fratello mi ha fatto pensare di aver trovato un buono spunto”.

Clima disteso, complicità e battute affettuose tra tutti componenti del cast: oltre ai protagonisti, Isabella Ferrari, Jasmine Trinca, Valentina Cervi. “I film sono alchimia - afferma Scamarcio - ci conosciamo tutti e abbiamo lavorato mettendo in gioco emozioni personali e esperienze vissute”. “Se puntavo al concorso? Sono sincera - conclude Golino - ho sempre pensato a Un Certain Regard, qui mi sento più protetta”.

In concorso è passato Spike Lee con la scoppiettante commedia “BlacKKKlansman”, “un film per far aprire gli occhi alla gente” che si rifà al linguaggio dei telefilm polizieschi degli anni Settanta (Starsky e Hutch è dietro l’angolo, ma in coda al film ci sono anche le drammatiche immagini di Charlottesville) e lancia strali contro l’amministrazione Trump e l’America del suprematismo bianco. Fuori concorso, Lars Von Trier, non più “persona non grata” quindi sul red carpet a Cannes, affronta (e impone allo spettatore) una lunga seduta di autoanalisi sullo schermo. La première di “The House that Built Jack” ha visto persone svenire, spettatori abbandonare la sala, una pioggia di tweet infuocati invocando vergogna. Più disponibili la critica e la stampa che invece hanno accolto tra gli applausi le ennesime provocazioni del regista danese. I cinque “incidenti” che compongono il film, non risparmiano sangue e cruente mutilazioni, con Matt Dillon in versione architetto-serial killer (ma anche un po’ Dante e Norman Bates) guidato da un Bruno Ganz-Virgilio nelle fiamme dell’inferno. Von Trier mette in campo le sue ossessioni e sembra divertirsi nel portare in scena le accuse che lo hanno inseguito in questi anni: dalla misoginia alle chiacchierate (a sue dire travisate) dichiarazioni filo-nazi. Al punto che è difficile riuscire cogliere dove finisce l’uomo e comincia il cinema. Meglio cercare emozioni stellari in “Solo: a Star Wars Story”, spin-off della saga siglato da Ron Howard o magari nel restauro di “Ladri di Biciclette”, grande classico del nostro cinema.