Il Sessantotto e quello schiaffo alla rivolta

di Fabio Demi

Pisa, professore colpisce studente all'università: il racconto di quel giorno che fece molto clamore

PISA. Siamo in un’aula universitaria. Un professore molla un sonoro ceffone a uno studente, che non reagisce. Motivazioni e circostanze le esamineremo in seguito. Il docente schiaffeggiatore denuncia il giovane schiaffeggiato, che rischia grosso. Tra accuse varie, potrebbe farsi 12 anni di galera. Viene processato. L’illustre prof invece non rischia nulla anche se lo studente (non subito) decide di querelarlo a sua volta. Stando così i fatti, forse qualche buona ragione per ribellarsi gli studenti ce l’avevano. Qualcosa nel mondo accademico, e nella società italiana in generale, non funzionava. Fatidica domanda: furono una cosa buona, il ’68 e dintorni? O sarebbe stato meglio se non ci fossero stati? Segnaliamo la riflessione di Enrico Deaglio nel suo libro “Patria 1967-1977”: studenti e operai ottennero quelli che si chiamano “diritti acquisiti”, di cui oggi godiamo tutti e formano la nostra democrazia. «Quindi la domanda ai denigratori del ’68 è semplice: preferivate com’era prima?».

LO SCHIAFFONE IN PRIMA PAGINA

L’episodio dello schiaffone avvenne a Pisa 50 anni fa, il 13 febbraio 1968. Fece molto clamore. In mezzo a occupazioni, cortei, assemblee, scontri tra studenti e forze dell’ordine, sassate, manganellate, teste spaccate, lacrimogeni come fossero noccioline, colpi d’arma da fuoco, cariche, agguati, attentati, feriti e morti, quel fatto assunse un valore simbolico. Finì su tutti i giornali. Non a caso successe a Pisa, che era uno dei centri nevralgici della contestazione studentesca. A mezzo secolo di distanza, lo ricordiamo con uno dei protagonisti, Rocco Pompeo, lo studente livornese che si beccò il ceffone. Il professore, Tristano Bolelli, è mancato nel 2001. Fu un grandissimo glottologo, di fama internazionale.

LO SCHIAFFEGGIATO RACCONTA

Rocco Pompeo, 24 anni, studente di filosofia, era uno dei capi della rivolta all’ateneo pisano. Non era un estremista: socialista, iscritto al Psi, corrente lombardiana (nel 1981 fu espulso dal partito da Craxi), vicino al movimento non violento. Andava molto più d’accordo con Adriano Sofri e il Potere operaio, di cui condivideva la voglia di trasformare la società, che con D’Alema e i comunisti. Quel giorno, 13 febbraio 1968, il movimento studentesco era alla ricerca di un’aula per fare un’assemblea a Palazzo Ricci, sede della facoltà di lettere. Ne trovò una al terzo piano, dove c’erano solo alcuni studenti in attesa della lezione del professor Bolelli. La stanza venne occupata da 150 manifestanti e l’assemblea potè iniziare. Prima però arrivò il preside di lettere, dal cognome davvero infelice per l’epoca. Si chiamava Francesco Barone. Dunque agli studenti, che ce l’avevano a morte con i prof omaggiati e privilegiati, i cosiddetti baroni universitari, bastava evocare il suo cognome per offenderlo automaticamente. Anche in quell’occasione incassò la sua razione di insulti, annunciando la sospensione delle attività didattiche per l’impossibilità di fare lezione. Barone uscì mentre l’assemblea gli dava rumorosamente del fascista.

«LEI NON È UNO STUDENTE MI DIA IL LIBRETTO»

«A quel punto - ecco il racconto di Pompeo, confermato dagli atti processuali - entrò Bolelli. Io presiedevo l’assemblea. Ero alla cattedra. Ci intimò di andare via. Noi rifiutammo, invitandolo a partecipare. Mi accusò di essere un professionista della politica, e non uno studente. Gli feci presente che ero iscritto a filosofia e che avevo anche un bel libretto. Lui allora mi disse: bene, mi dia il libretto. Ribattei che questo mi sembrava un ricatto: mi chiedeva il libretto per poi farmela pagare. Bolelli mi diede del vigliacco, minacciando di portarmi in tribunale. Era scalmanato. Io gli diedi nuovamente del ricattatore. Dall’assemblea si levavano le grida di “fascista” e “ricattatore”».

LA FRASE CHE SCATENA IL PROFESSORE

E siamo al momento clou. Sentiamo Pompeo: «Lo stavo accompagnando fuori dall’aula quando il professore disse che solo un’altra volta aveva visto interrompere una lezione universitaria e in cattedra c’era un nazista. Aggiunse: sappia che io ho vissuto i contrasti della guerra! Io replicai subito: dipende da che parte stava!». Fu questa frase a far andare il sangue al cervello a Bolelli. Così partì il ceffone. Seguì un attimo di silenzio, come di incredulità. Poi Bolelli se ne andò e l’assemblea continuò.
Ma non era finita lì. Il professore denunciò Pompeo. Le accuse erano interruzione di pubblico servizio, oltraggio a pubblico ufficiale e violenza privata. Roba pesante.

L’INCHIESTA AVOCATA A FIRENZE

L’inchiesta, con un atto che divenne poi una consuetudine, fu avocata a sé dal procuratore generale presso la corte d’appello di Firenze, Mario Calamari. Il magistrato fiorentino non si fidava dei colleghi pisani, ritenendoli troppo deboli e financo collusi con gli studenti. Invece lui voleva fare processi e distribuire pene esemplari. In simile contesto, il fatto che Rocco Pompeo fosse colui che aveva subìto lo schiaffo, appariva irrilevante. Contava invece la lesa maestà ai danni del docente, che, secondo questa interpretazione, era stato praticamente costretto a colpire il reprobo, pericoloso rivoluzionario.

IL PROCESSO AL RALLENTATORE

Le udienze del caso Bolelli-Pompeo furono fissate e poi rinviate, procedendo al rallentatore, in attesa che intervenisse l’annunciata amnistia. Così, quando si arrivò al dibattimento, l’11 novembre 1968, Pompeo fu giust’appunto amnistiato. Quattro giorni dopo, il 15 novembre, il buon Rocco si laureò. Meritava i pieni voti ma la ritorsione fu implacabile. La sua tesi venne sminuita dalla commissione, e difesa a spada tratta soltanto da un certo prof. Nicola Badaloni, uno che di filosofia qualcosina ci capiva.

PONTE DI MEZZO E LA STAZIONE

Dopo la vicenda dello schiaffo, Rocco Pompeo fu protagonista di un altro paio di episodi tipici del tempo. Sul Ponte di Mezzo a Pisa era fra gli organizzatori di una manifestazione non violenta e parlava con un giovane poliziotto spiegandogli che anche lui era uno sfruttato e che dunque gli studenti, oltretutto coetanei, non erano nemici. «Quello mi guardava senza dire nulla», rimembra Pompeo. Poi quando risuonarono i sinistri tre squilli di tromba (il segnale che la polizia stava per caricare), l’agente lo centrò subito con una manganellata in testa. Rientrato alla casa dello studente di don Nesi a Livorno, Rocco si sentì male e finì in ospedale. A Pisa si sparse addirittura la notizia della sua morte.

A metà marzo, Rocco Pompeo fu coinvolto nei fatti della stazione di Pisa, quando una parte del movimento studentesco occupò i binari. Ci furono parecchi arresti. Lui fu svegliato nel cuore della notte e lo misero su un treno per Verona, dove fu ospitato dal cappellano delle carceri fino a quando le acque non si calmarono. C’era il timore di un mandato di cattura, ma fu accertato che nell’occasione Pompeo si era adoperato per calmare gli animi più esagitati. Storie di ordinario ’68.

In redazione a Livorno Rocco Pompeo sfoglia il nostro giornale che racconta del famoso schiaffo