Le rose della Calvana e un carceriere “buono” salvarono Soffiantini

di Paolo Nencioni

Morto l’imprenditore bresciano tenuto ostaggio a Prato fra il ’97 e il ’98 Tornò sui luoghi della prigionia. Rimarrà un segreto il perdono al rapitore 

L’imprenditore bresciano Giuseppe Soffiantini è morto la scorsa notte all’età di 83 anni, dopo alcuni giorni di ricovero in ospedale per problemi al cuore. Soffiantini divenne famoso suo malgrado a causa del sequestro di persona di cui fu vittima nel giugno del 1997, che si concluse solo nel febbraio dell’anno successivo. Restò prigioniero per 237 giorni, l’ultima parte dei quali in un capanno costruito dai sequestratori sulla collina di San Leonardo, alle porte di Prato.



  PRATO. «Eccolo, sì, il posto è questo. Da quel buco usciva il topolino, di lì entrava il pettirosso». È il 7 maggio 1998, il sole sta calando sulla collina di San Leonardo, alle porte di Prato, e Giuseppe Soffiantini torna per la prima volta nel bosco che poteva diventare la sua tomba ed è stato invece la sala parto della sua seconda vita, il capanno dove ha passato il suo Natale più strano e drammatico, dal 5 dicembre 1997 al 9 febbraio 1998, la sera in cui lo liberarono. Tre mesi dopo eccolo di nuovo lì insieme ai cronisti che avevano battuto gli stessi sentieri dei “Cacciatori Calabria” e dei Nocs alla ricerca di un covo che a cose fatte sembra sotto gli occhi di tutti. «C’erano le rose selvatiche» mormora il Soffiantini liberato, prende un tralcio, toglie le spine e assapora la polpa…

Sono passati vent’anni da quel giorno, ma Soffiantini ha certamente lasciato un pezzo del proprio cuore su questa collina da cui, volendo, da un lato si domina la distesa di case e fabbriche, dall’altro si intravede Casa Rosa, cioè la casa dove è cresciuto quel Giovanni Farina che insieme ad Attilio Cubeddu lo terrà prigioniero per otto lunghi mesi. E che forse, ma questo lo sanno solo loro due, Farina e Soffiantini, gli ha salvato la vita.

Come spiegare altrimenti l’atteggiamento dell’imprenditore di Manerbio quando nel gennaio del 1999 volò a Sydney, dove Farina era rinchiuso nel carcere di Silverwater, arrestato con una parte del riscatto nella valigia, e i due si trovarono per la prima volta faccia a faccia? Chi era presente a quell’incontro dice che erano «come babbo e figliolo». E la sindrome di Stoccolma, cioè l’occasionale dipendenza psicologica della vittima di fronte al carnefice, qui non c’entra. C’entra semmai l’ipotesi, mai da nessuno confermata finora, che sia stato Farina a sbarazzarsi del complice Cubeddu, che a sua volta doveva togliere di mezzo l’ostaggio ingombrante, e forse anche il compagno carceriere.

Soffiantini ha poi avuto modo di raccontare che in una fase particolarmente delicata del sequestro una terza persona (probabilmente Mario Moro, che faceva parte del gruppo di sequestratori e morirà in uno scontro a fuoco coi Nocs il 17 ottobre 1997 a Riofreddo), venne a parlare coi suoi carcerieri e lui ebbe modo di sentire che volevano ucciderlo. «Allora è vero che mi volete ammazzare?» chiese più tardi a quello che lui conosceva come Marco e che per gli inquirenti era Farina. Si sentì rispondere: «Stai tranquillo, fin quando sono vivo io non ti ammazza nessuno».

È un fatto che poi Soffiantini non si costituì come parte civile al processo contro Farina, in aula non riconobbe né il suo volto né la sua voce e pochi giorni dopo il faccia a faccia di Sydney ebbe modo di scrivere sulla rivista del Centro culturale cattolico di Prato: «Prima di essere drastici nella condanna di chi compie sequestri di persona bisognerebbe avere il coraggio di analizzare anche le nostre responsabilità o parte di esse... Sono certo che, alla fine, saremmo costretti a concedere il perdono perché corresponsabili e perché nessuno di noi è esente da cattiverie giornaliere». Un altro fatto è che di Cubeddu non si è più saputo niente e che tutti i soldi del riscatto sono stati trovati nella disponibilità di Farina o su conti a lui riconducibili attraverso fiancheggiatori.

Lo sanno solo loro due com’è andata. Uno è morto, l’altro non ha mai ammesso di averlo tenuto prigioniero. Per questo nemmeno l’avvocato difensore di Farina, Manuele Ciappi, che lo segue da quando il bandito sardo ottenne la semilibertà nel 1996 e scelse la latitanza, saprebbe dire se tra l’imprenditore e il rapitore ci fosse un debito di riconoscenza. Si limita a dire che tra lui, il difensore del bandito, e Soffiantini c’è sempre stato un rapporto di grande cordialità.

Ora Farina sta scontando la pena a 28 anni e sei mesi che gli è stata inflitta nel 2001 a “Solliccianino”, la casa circondariale a custodia attenuata accanto al carcere fiorentino di Sollicciano. All’inizio l’avevano mandato a Spoleto al 41 bis, poi a Catanzaro. Non si trovava bene, si lamentava delle condizioni di detenzione ma ha continuato a scrivere poesie e un’autobiografia dal titolo “Nonostante i cacciatori di uomini”. «Ricordo ancora i panorami del mondo che mi appartenevano dalla cima del monte - ha scritto - Non sono riusciti a cancellarli dalla mia mente».

Perché lui nonostante tutto si sente ancora un balente, un coraggioso depositario del codice d’onore barbaricino, uno che si fa rispettare (come nome falso per approdare in Australia scelse forse non a caso Luigi Valiante). Ma è anche uno che, oltre a scrivere poesie, forse è anche stato capace di atti di pietà umana, come quello che è stato raccontato al processo. C’era stata la sparatoria di Riofreddo e i carcerieri di Soffiantini erano in fuga da Montalcino verso il rifugio sicuro della Calvana, a Prato. L’ostaggio stava male, aveva la febbre a 40 e soffriva di emorroidi. Uno dei suoi carcerieri (Marco alias Giovanni Farina) passò una notte intera con lui in un fosso tenendolo abbracciato e facendolo sfebbrare. Come si farebbe con una pecora, certo, ma anche con un essere umano a cui un po’ si vuole bene. Ecco, forse anche per questo Giovanni fu subito perdonato da Giuseppe.