beach soccer

L’impresa dei cinque cavalieri di Viareggio che hanno conquistato l’Europa

di Gabriele Noli

Carpita, Di Palma, Gori, Marinai e Ramacciotti: il calcio da spiaggia azzurro ha radici tutte nostrane

VIAREGGIO. Certe felicità attraversano deserti di sconfitte, prima di raggiungere oasi di vittorie. Vissute veramente appieno solo se condivise. La sabbia tiepida di Alghero sotto i piedi, i corpi stremati dalla fatica, l’adrenalina in circolo. «Che abbiamo fatto?», si sono più volte domandati nell’incredulità loro e di chi proprio con loro ha sofferto contemplando il destino migliore possibile. Cinque viareggini campioni d’Europa di beach soccer, consegnati alla gloria da un crescendo rossiniano cominciato mica giovedì – con il successo last-minute sulla Bielorussia nell’esordio della Superfinal – ma addirittura venti e forse più anni fa, quando Andrea Carpita, Michele Di Palma, Gabriele Gori, Simone Marinai e Dario Ramacciotti si divertivano a funamboleggiare sulla spiaggia della Darsena. E quella sì che era rovente.

L’Italia “alla viareggina” torna sul tetto d’Europa


«Ne abbiamo fatta di strada dai tornei organizzati da Muzio», ricorda con sorriso e piacere Di Palma, travolto da due sentimenti uno agli antipodi dell’altro: la delusione per aver dovuto assistere dalla tribuna alla finale contro la Spagna (scelta tecnica) e l’estasi per la conquista di un titolo continentale resa possibile grazie al suo apporto, leggasi gol e assist nell’ultimo match del girone con l’Ucraina, azzeccatissimo momento per esultare cimentandosi, assieme a Gori, nel balletto di “Calypso”, tormentone di Luis Fonsi. Promessa mantenuta. E una dedica «a Sacha, questo Europeo è anche suo», sottolinea Di Palma, in riferimento a Di Tullio, altro viareggino presente nel gruppo azzurro nella fase di preparazione, ma che Del Duca non ha inserito nell’elenco dei 12 per la Superfinal.

Già, Gori. Che in azzurro ha segnato 201 gol. Nel 2016 il Pallone d’Oro del beach soccer gli sfuggì in extremis perché, si diceva, «con la Nazionale non ha vinto nulla», ad eccezione dei Giochi del Mediterraneo su spiaggia. Quasi irrilevante, in confronto a un Europeo. Sarà finalmente la volta buona? «Speriamo, intanto mi voglio godere questo titolo assieme all’affetto smisurato del pubblico di Alghero», in assoluto delirio quando Ramacciotti ha punito la Bielorussia a venti secondi dalla fine. «Come fai a non esaltarti in un contesto simile?» (si) chiede l’“Airone” conoscendo già la risposta. «Abbiamo messo in campo orgoglio e senso di appartenenza, questo le persone lo hanno capito», al punto che sui social c’è chi ha persino chiesto che fossero loro, gli azzurri su spiaggia, ad affrontare ieri sera il Portogallo, al posto di Balotelli e compagni.

Vola, Ramacciotti. E non solo in senso figurato. Prossima destinazione San Pietroburgo, c’è una coppa di Russia da disputare, col City. Ripenserà anche lui, interrogandosi su come sia stato possibile, al colpo di tacco istintivamente geniale e pure casuale con cui Marinai ha addolorato la Russia. «Gol così belli in Nazionale non ne avevo mai realizzati», ammette con la stessa candida spontaneità della prossima sfida su cui concentrare nuovi sforzi fisici e mentali: «Voglio provare a vincere il Mondiale». Facile a dirsi, meno a farsi. Slancio verbale adeguato ad un 2018 caratterizzato da un accecante splendore: il premio “Atleta Eccellente, Eccellente Studente”, la Supercoppa Italiana col Viareggio (unico trofeo che mancava per completare la bacheca del club) e la Euro League con la Nazionale. Con una finale da protagonista e non da spettatore come quella di Euro Winners Cup di due anni fa proprio coi bianconeri causa squalifica. «Ti rendi conto di quanto sia tremendamente difficile non poter aiutare i tuoi compagni».

Ma in fondo, non è certo nella forma, che si nasconde la sostanza. Talvolta, però, alcuni particolari possono fare la differenza. Tanto da essere considerabili talismani. «In otto anni mia madre non era mai riuscita a vedere una partita dal vivo, causa impegni lavorativi. E' venuta a Alghero e abbiamo vinto quattro partite su quattro. Da qui in avanti la porterò in giro per il mondo». Andrea Carpita scherza. A differenza del giorno che ha preceduto la finale. «Se il lavoro paga come credo, è arrivato il momento. Se non dovesse arrivare, continueremo a lavorare».

La profetica convinzione in un messaggio. Aveva ragione lui. Il lavoro ha pagato, il momento è arrivato. —